È PASQUA… “FACCIO NUOVE TUTTE LE COSE” (APOCALISSE 21,5)

“Se vuoi puoi continuare ad abbracciarmi, ad essere unito a Me”

Omelia Veglia Pasquale 2026

La prima a far visita al sepolcro all’alba del nuovo giorno è la Maddalena, la donna che si è sentita amata in modo folle dal suo Signore.

Questa donna credette all’amore, perché l’ha sperimentato nella carne. E per questo torna a quel sepolcro, perché sa che l’amore è fedele, non può abbandonare, al di là di ogni infedeltà.

Infatti alle prime luci dell’alba, lo incontra, lo abbraccia, e l’amato le dirà: «Non mi trattenere, ma va dai miei fratelli» (v. Gv 20, 17).

Questa è la Pasqua: Io sono l’amore fedele – dice Gesù – se vuoi puoi continuare ad abbracciarmi, ad essere unito a me, a sperimentarmi nella tua carne, ora porta questo amore, questa fedeltà, questa logica dell’amore che sa andare sino alla fine, ai miei fratelli, vivilo lì, in mezzo ai tuoi. Vivilo con i tuoi fratelli.

Carissimi, se a Pasqua non ci lasciamo abbracciare nuovamente da Gesù dovremmo smetterla, poi, di cercarLo per i nostri “comodi”. Non possiamo pretendere di approfittare di Lui, “scomodandolo” per una cerimonia religiosa come un Matrimonio, Battesimo, … altri sacramenti, anniversari e quant’altro che ci riguarda, per soddisfare una “parata” e considerare la Chiesa il “palcoscenico per le nostre esibizioni”!

Ha fatto discutere, qualche settimana fa, la decisione di Mons. Luigi Renna che a Catania ha proibito le esequie religiose al pluripregiudicato Nitto Santapaola. Sul quotidiano cattolico Avvenire del 12 marzo 2026 ha dichiarato: «Vi spiego perché ho negato il funerale a Nitto Santapaola – si sarebbero trasformate in una celebrazione del boss. La preghiera non mancherà, ma basta con la religione rovesciata di chi usa Dio con disinvoltura».

Qualche giornalista ha intervistato direttamente il Vescovo di Catania: “Monsignor Renna, perché non celebrare i funerali a Nitto Santapaola?”.

“Le ragioni sono di opportunità, per quello che può diventare una celebrazione esequiale di un boss mafioso, ossia una celebrazione della persona a prescindere dal suo vissuto. Si trasformerebbe senza dubbio in un momento nel quale gli verrebbero resi onori, si manifesterebbe cordoglio ai suoi familiari con forme che possano rasentare conferme di alleanze antiche o nuove. Insomma, non sarebbe una celebrazione per pregare per la persona e affidarla alla misericordia di Dio. Già in condizioni normali alcune persone accompagnano il corteo funebre con sparo di petardi o cantate di neo-melodici, figuriamoci cosa accadrebbe nel funerale di un noto boss. Una celebrazione del genere non solo stravolgerebbe il senso del funerale cristiano, ma diverrebbe una contro testimonianza” […].  “In circostanze come queste – ha aggiunto il presule – la preghiera non deve mancare, ma in forma strettamente privata e senza alcuna pubblicità previa né postuma, e solo se la famiglia lo chiede. La pietà va esercitata anche verso chi è stato vittima di queste persone e ancora attende giustizia. Il Signore solo conosce quello che è avvenuto nella coscienza dei malavitosi negli ultimi istanti della loro vita: questo ci basta, senza dover indagare, giustificare, ostentare, presumere”.

Carissimi, la Pasqua ci invita a intraprendere strade nuove, S. Paolo direbbe: “Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova […]. Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità (1 Cor. 5,7-8).

«La risurrezione non è tanto o soltanto un corpo che si rianima, – e se fosse soltanto un corpo che si rianima, cosa volete, tutt’al più sarebbe stato solo oggetto di curiosità, come era stato per la risurrezione di Lazzaro che tutti andavano a vedere – ma il Cristo che risuscita non è tanto o soltanto un cadavere che si muove, ma è tutto ciò che questo significa. E significa soprattutto che lui è la Parola vivente, è la Parola vittoriosa, è quello che ha vinto la morte, è quello che ha sconfitto il male, è il bene che vince su ogni malizia, su ogni forza. Quindi ecco che nel nome di Cristo risorto comincia la predicazione, è il «faccio nuove tutte le cose» (Apocalisse 21, 5), è il mondo che ricomincia daccapo, è la causa dell’uomo che continua, è tutto ciò che risurrezione significa: è morto l’uomo vecchio ed è nato il nuovo.

Quindi la cosa più rivoluzionaria della terra è la risurrezione, e questa risurrezione dev’essere testimoniata. Difatti noi, nello Spirito Santo, rendiamo testimonianza. E tutto questo dev’essere detto da credenti, e allora avviene lo sconvolgimento» (David Mari Turoldo). Auguri di Pace e di Santa Pasqua a tutti!

don Pasquale

“Cristo ancora soffre”

Omelia Venerdì Santo 2026

La Passione di Cristo ci invita a riconsiderare “storie sanguinanti” di uomini, donne e bambini che oggi vivono esperienze di dolore, con ferite profonde che non sempre si rimarginano in tempi brevi ed efficacemente.

Una di queste, in giorni recenti, è la vicenda di CHIARA MOCCHI, la professoressa ferita quasi mortalmente da un suo alunno tredicenne della provincia di Bergamo dalla mente e dall’animo inquieto.

La professoressa, dimessa da qualche giorno dalle cure ospedaliere, ha raccontato come mentre l’alunno armato di coltello (stile Rambo) la aggrediva, un altro alunno ha affrontato il compagno prendendolo a calci e pugni facendolo scappare.

“Ha rischiato di prendersi delle coltellate anche lui! È indubbiamente un eroe. Sono intenzionata a proporlo per una medaglia perché se la merita” ha dichiarato la professoressa con riconoscenza per quell’alunno che forse gli ha salvato la vita. La stessa ha aggiunto: “Dall’elicottero ho visto i miei studenti che mi salutavano con le lacrime agli occhi”. La professoressa ha anche raccontato di aver vissuto attimi concitati, di “essere sprofondata nel bivio più profondo, avendo perso un litro e mezzo di sangue in poco tempo. L’insegnante è stata ferita all’addome e al collo:” Una potentissima emorragia, quasi un litro e mezzo di sangue perso in poco tempo. Un fendente arrivato a mezzo millimetro dall’aorta. Un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva, e quel torpore che avanzava rapido mentre la luce intorno a me diventava ombra, e l’ombra diventava addio”, così ha dichiarato.

Non si è trattato di un raptus improvviso quello del ragazzo armato di coltello, infatti, da qualche parte aveva scritto: “Ucciderò la mia insegnante di francese”. La professoressa aggredita lo definisce “confuso”, trascinato e “indottrinato dai social”. Il ragazzo aveva filmato l’accoltellamento per poi pubblicarlo su Telegram. 

Chiara Mocchi intanto, è stata dimessa dall’ospedale e, secondo quanto dice il suo legale, vorrebbe tornare a scuola il prima possibile.

Parole potentissime! Questa è la lettera che la prof Chiara Mocchi ha scritto dal letto d’ospedale! In una società dove regna la disumanità e l’indifferenza meritano di essere lette all’infinito! Sentite cosa dice:

«A tutti voi, adorati alunni, colleghi, genitori, soccorritori… sto dettando queste poche righe con la voce ancora flebile, ma con il cuore colmo di gratitudine. Non avrei mai pensato che un giorno avrei dovuto raccontare un dolore così grande. Eppure eccomi qui, ancora viva. In un attimo, un gesto incomprensibile ha spezzato la quotidianità della scuola, trasformando una mattina come tante in un incubo. So che addirittura la scena è stata ripresa via cellulare. Io stessa fatico a ricordarla senza tremare. Ma subito, attorno a me, si è mosso un mondo di coraggio e di umanità.

Oggi sono ancora debole, ma il mio spirito è vivo. E questa vita è un DONO che non sprecherò. So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento. Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio. Ai miei amati alunni, non fermatevi, non arrendetevi e preparatevi per il vostro futuro senza nessuna paura ma con CORAGGIO.

Questa ferita non deve diventare un muro, ma un PONTE: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché.

Tornerò a insegnare, a CREDERE nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia GIOIA più grande. A tutti voi, dal profondo del cuore: GRAZIE. Grazie per darmi la forza di guardare avanti e al sogno di potercela fare ancora. Con commossa gratitudine, Prof. Chiara Mocchi».

don Pasquale

La Comunità come Grembo della Fede

Omelia del Giovedì Santo 2026

Con questa liturgia entriamo nella celebrazione della Pasqua.

Non siamo qui per compiere solo dei riti, uno dopo l’altro, ma compiendoli siamo invitati a scrutare la nostra coscienza e a riesaminare il nostro rapporto col Signore e l’intera condotta di vita.

Nella seconda lettura, Paolo ci tramanda la memoria dell’ultima cena di Gesù con i discepoli. Ma dopo aver descritto la tradizione ricevuta, l’Apostolo mette in guardia da un possibile atteggiamento che contraddice quel dono: “Ciascuno esamini sé stesso e poi mangi del pane e beva dal calice, perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1Cor 11,28-29).

L’ultima Cena di Gesù, dunque, oltre ad essere il prototipo delle nostre eucarestie, è anche “memoria impegnativa” che ci indica, cioè, un modus operandis come singole persone e come comunità. A completamento di come il cristiano dovrebbe comportarsi abbiamo il Vangelo dove Gesù traccia la via, per sé e per i suoi: “Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (v. 14). Questa è la via indicata da Gesù… Difficile da accogliere, come mostra la reazione di Pietro, che si rifiuta di acconsentire a un Maestro disarmato e curvo: “Tu non mi laverai i piedi in eterno!” (v. 8).

La sua non è una reazione di rispetto: Pietro è riluttante davanti a quella logica.

In una società, come la nostra, sempre più sbilanciata sulla produttività, si rischia di perdere di vista ciò che più conta che è la relazione con gli altri e l’annientamento dei sentimenti e l’incapacità di metterci al servizio degli altri. La nostra convivenza umana difetta, oggi più di ieri, nella costruzione delle relazioni autentiche.

Di conseguenza cresce sempre più la solitudine.

Tutto ciò ha necessarie ripercussioni anche sul piano della fede.

«La tendenza, oggi diffusa, a relegare la fede nella sfera del privato contraddice la sua stessa natura».

Lo ha detto Papa Benedetto XVI il quale, nella catechesi tenuta durante l’udienza generale del 31.10.2012, ha spiegato anche come la nostra fede è veramente personale solo se comunitaria: «Può essere la mia fede – ha spiegato il Santo Padre Benedetto XVI -, solo se si vive e si muove nel “noi” della Chiesa.

Abbiamo bisogno della Chiesa per avere conferma della nostra fede e per fare esperienza dei doni di Dio: la sua Parola, i sacramenti, il sostegno della grazia e la testimonianza dell’amore».

Insomma, in un mondo in cui l’individualismo sembra regolare i rapporti tra le persone, rendendoli sempre più fragili, per il Papa la fede chiama ad essere Chiesa, portatori dell’amore e della comunione di Dio per tutto il genere umano: «Non posso – ha quindi ammonito il Pontefice – costruire la mia fede in un dialogo privato con Gesù, perché la fede mi viene donata da Dio attraverso una comunità credente che è la Chiesa e mi inserisce nella moltitudine dei credenti in una comunione che non è solo sociologica, ma radicata nell’eterno amore di Dio. La fede, in altre parole, non è il prodotto di un mio pensiero, ma è frutto di una relazione, di un dialogo in cui il comunicare con Gesù mi fa uscire dal mio io racchiuso in sé stesso per aprirmi all’amore del Padre».

La fede nasce nella Chiesa, conduce ad essa e vive in essa.

LA FEDE HA BISOGNO DELLA COMUNITÀ

La fede stessa ha bisogno della dimensione comunitaria.  Non si può vivere autonomamente la vita cristiana. La comunità è allora lo spazio vitale e vivificante, nel quale porta frutto ciò che lo Spirito stesso opera in ciascuno di noi, ma allo stesso tempo è lo spazio vitale da cui attingere tutto ciò che lo Spirito opera negli altri. Non esiste piena identità senza appartenenza a un popolo.

Perciò nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana: Dio ha voluto entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo (Gaudete et exsultate, n. 6).

«La santificazione è un cammino comunitario, da fare a due a due.

Il sacramento del Battesimo permette l’ingresso stesso nella vita cristiana, e segna contemporaneamente anche l’ingresso nella Chiesa, l’Eucaristia, da cui la Chiesa stessa trae il proprio sostentamento, altro non è che ripetere il gesto capace di rendere presente il Risorto, che consiste propriamente nel mangiare insieme lo stesso pane. Il gesto centrale del vivere cristiano è un gesto comunitario.

«La comunità dove i membri si prendono cura gli uni degli altri e costituiscono uno spazio aperto ed evangelizzatore, è luogo della presenza del Risorto che la va santificando secondo il progetto del Padre» (Evangelii gaudium, n. 145). Non è un processo individuale o risolvibile nella sola relazione con Dio, quanto piuttosto un cammino in cui la reciprocità e la condivisione con altri si rivelano come decisive proprio per poter vivere la propria personale relazione con Dio (Cf dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” Matteo 18,20).

𝐕𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐭𝐚’ 𝐩𝐚𝐫𝐫𝐨𝐜𝐜𝐡𝐢𝐚𝐥𝐞

Vivere autenticamente in una comunità parrocchiale non è semplice!

Le fragilità umane, le differenze di vedute, le dinamiche di gruppo spesso celano rischi che possono ferire profondamente il tessuto ecclesiale.

Uno dei pericoli più sottili e insidiosi nella vita di una Parrocchia è il ripiegamento di alcuni gruppi su sé stessi. Nati con l’intento di servire, crescere nella fede o annunciare il Vangelo, alcuni ambiti pastorali, se non continuamente rinnovati nello Spirito, finiscono per trasformarsi in “chiesuole” chiuse, autoreferenziali.

In questi casi, l’identità del gruppo prevale sulla comunione ecclesiale, e si crea un “noi contro gli altri” che avvelena il clima comunitario.

La logica del Vangelo è però ben diversa: la comunità cristiana non è somma di gruppi, ma un unico corpo, dove ogni carisma è al servizio della comunione e della missione.

Nessuna Parrocchia è esente da tensioni. Le incomprensioni, i giudizi affrettati, le rivalità personali o ideologiche possono nascere anche nei contesti più spirituali. Non di rado, piccoli screzi degenerano in vere e proprie inimicizie croniche, non affrontate, non guarite, lasciate sedimentare nel tempo. Il perdono rimane annunciato nelle liturgie, ma raramente praticato nelle relazioni.

Così, il rischio è che la Parrocchia diventi un contenitore di tensioni latenti, dove il silenzio sostituisce il dialogo, la distanza prende il posto dell’incontro, e la comunità smette di essere casa accogliente per tutti.

La comunità parrocchiale autentica è prima di tutto uno spazio di ascolto, di fraternità e di corresponsabilità. Non vive di performance, né di burocrazia, ma di relazioni che riflettono la presenza viva del Signore Risorto. È una comunità in uscita, missionaria, mai chiusa nei propri confini. Non si limita a “gestire l’esistente”, ma cerca di interpretare i bisogni delle persone e dei territori, con creatività e compassione. È una famiglia di famiglie, dove ognuno ha diritto di parola, dove i piccoli vengono ascoltati e i deboli sostenuti. È un “noi ecclesiale” in cui il centro non è l’organizzazione, ma il Vangelo vissuto nel quotidiano, tra le case e le strade.

Una comunità matura accoglie i conflitti come occasione di crescita, non come fallimento. Educa al confronto, alla verità detta con carità, alla riconciliazione. Sa perdonare, senza umiliare; sa correggere, senza giudicare.

Un sacerdote non può permettersi l’arroganza di chi “fa tutto da solo” o l’illusione di sapere sempre “come si fa”. Una Parrocchia sana è quella dove il Parroco si lascia aiutare, si circonda di laici formati, coinvolge le donne e gli uomini nelle scelte, costruisce veri percorsi di corresponsabilità. Non è il culto della delega che serve alla Chiesa, ma la cultura della collaborazione sincera.

Tutto questo richiede una vera pedagogia della comunione. Occorre formare le comunità a vivere l’ascolto reciproco, a non temere il conflitto, a custodire l’unità nella pluralità. La corresponsabilità non si improvvisa: si educa, si coltiva, si incoraggia. Ogni battezzato è chiamato a partecipare attivamente alla vita della Chiesa, non come “volontario”, ma come soggetto pienamente responsabile.

La Parrocchia sarà tale solo se saprà superare l’individualismo, la chiusura e la cultura del protagonismo. Sarà Chiesa in cui nessuno si sente escluso, e in cui ogni ministero, ordinato o laicale, esprime la bellezza di un popolo che cammina insieme.

don Pasquale