È PASQUA… “FACCIO NUOVE TUTTE LE COSE” (APOCALISSE 21,5)

“Se vuoi puoi continuare ad abbracciarmi, ad essere unito a Me”

Omelia Veglia Pasquale 2026

La prima a far visita al sepolcro all’alba del nuovo giorno è la Maddalena, la donna che si è sentita amata in modo folle dal suo Signore.

Questa donna credette all’amore, perché l’ha sperimentato nella carne. E per questo torna a quel sepolcro, perché sa che l’amore è fedele, non può abbandonare, al di là di ogni infedeltà.

Infatti alle prime luci dell’alba, lo incontra, lo abbraccia, e l’amato le dirà: «Non mi trattenere, ma va dai miei fratelli» (v. Gv 20, 17).

Questa è la Pasqua: Io sono l’amore fedele – dice Gesù – se vuoi puoi continuare ad abbracciarmi, ad essere unito a me, a sperimentarmi nella tua carne, ora porta questo amore, questa fedeltà, questa logica dell’amore che sa andare sino alla fine, ai miei fratelli, vivilo lì, in mezzo ai tuoi. Vivilo con i tuoi fratelli.

Carissimi, se a Pasqua non ci lasciamo abbracciare nuovamente da Gesù dovremmo smetterla, poi, di cercarLo per i nostri “comodi”. Non possiamo pretendere di approfittare di Lui, “scomodandolo” per una cerimonia religiosa come un Matrimonio, Battesimo, … altri sacramenti, anniversari e quant’altro che ci riguarda, per soddisfare una “parata” e considerare la Chiesa il “palcoscenico per le nostre esibizioni”!

Ha fatto discutere, qualche settimana fa, la decisione di Mons. Luigi Renna che a Catania ha proibito le esequie religiose al pluripregiudicato Nitto Santapaola. Sul quotidiano cattolico Avvenire del 12 marzo 2026 ha dichiarato: «Vi spiego perché ho negato il funerale a Nitto Santapaola – si sarebbero trasformate in una celebrazione del boss. La preghiera non mancherà, ma basta con la religione rovesciata di chi usa Dio con disinvoltura».

Qualche giornalista ha intervistato direttamente il Vescovo di Catania: “Monsignor Renna, perché non celebrare i funerali a Nitto Santapaola?”.

“Le ragioni sono di opportunità, per quello che può diventare una celebrazione esequiale di un boss mafioso, ossia una celebrazione della persona a prescindere dal suo vissuto. Si trasformerebbe senza dubbio in un momento nel quale gli verrebbero resi onori, si manifesterebbe cordoglio ai suoi familiari con forme che possano rasentare conferme di alleanze antiche o nuove. Insomma, non sarebbe una celebrazione per pregare per la persona e affidarla alla misericordia di Dio. Già in condizioni normali alcune persone accompagnano il corteo funebre con sparo di petardi o cantate di neo-melodici, figuriamoci cosa accadrebbe nel funerale di un noto boss. Una celebrazione del genere non solo stravolgerebbe il senso del funerale cristiano, ma diverrebbe una contro testimonianza” […].  “In circostanze come queste – ha aggiunto il presule – la preghiera non deve mancare, ma in forma strettamente privata e senza alcuna pubblicità previa né postuma, e solo se la famiglia lo chiede. La pietà va esercitata anche verso chi è stato vittima di queste persone e ancora attende giustizia. Il Signore solo conosce quello che è avvenuto nella coscienza dei malavitosi negli ultimi istanti della loro vita: questo ci basta, senza dover indagare, giustificare, ostentare, presumere”.

Carissimi, la Pasqua ci invita a intraprendere strade nuove, S. Paolo direbbe: “Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova […]. Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità (1 Cor. 5,7-8).

«La risurrezione non è tanto o soltanto un corpo che si rianima, – e se fosse soltanto un corpo che si rianima, cosa volete, tutt’al più sarebbe stato solo oggetto di curiosità, come era stato per la risurrezione di Lazzaro che tutti andavano a vedere – ma il Cristo che risuscita non è tanto o soltanto un cadavere che si muove, ma è tutto ciò che questo significa. E significa soprattutto che lui è la Parola vivente, è la Parola vittoriosa, è quello che ha vinto la morte, è quello che ha sconfitto il male, è il bene che vince su ogni malizia, su ogni forza. Quindi ecco che nel nome di Cristo risorto comincia la predicazione, è il «faccio nuove tutte le cose» (Apocalisse 21, 5), è il mondo che ricomincia daccapo, è la causa dell’uomo che continua, è tutto ciò che risurrezione significa: è morto l’uomo vecchio ed è nato il nuovo.

Quindi la cosa più rivoluzionaria della terra è la risurrezione, e questa risurrezione dev’essere testimoniata. Difatti noi, nello Spirito Santo, rendiamo testimonianza. E tutto questo dev’essere detto da credenti, e allora avviene lo sconvolgimento» (David Mari Turoldo). Auguri di Pace e di Santa Pasqua a tutti!

don Pasquale

“Cristo ancora soffre”

Omelia Venerdì Santo 2026

La Passione di Cristo ci invita a riconsiderare “storie sanguinanti” di uomini, donne e bambini che oggi vivono esperienze di dolore, con ferite profonde che non sempre si rimarginano in tempi brevi ed efficacemente.

Una di queste, in giorni recenti, è la vicenda di CHIARA MOCCHI, la professoressa ferita quasi mortalmente da un suo alunno tredicenne della provincia di Bergamo dalla mente e dall’animo inquieto.

La professoressa, dimessa da qualche giorno dalle cure ospedaliere, ha raccontato come mentre l’alunno armato di coltello (stile Rambo) la aggrediva, un altro alunno ha affrontato il compagno prendendolo a calci e pugni facendolo scappare.

“Ha rischiato di prendersi delle coltellate anche lui! È indubbiamente un eroe. Sono intenzionata a proporlo per una medaglia perché se la merita” ha dichiarato la professoressa con riconoscenza per quell’alunno che forse gli ha salvato la vita. La stessa ha aggiunto: “Dall’elicottero ho visto i miei studenti che mi salutavano con le lacrime agli occhi”. La professoressa ha anche raccontato di aver vissuto attimi concitati, di “essere sprofondata nel bivio più profondo, avendo perso un litro e mezzo di sangue in poco tempo. L’insegnante è stata ferita all’addome e al collo:” Una potentissima emorragia, quasi un litro e mezzo di sangue perso in poco tempo. Un fendente arrivato a mezzo millimetro dall’aorta. Un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva, e quel torpore che avanzava rapido mentre la luce intorno a me diventava ombra, e l’ombra diventava addio”, così ha dichiarato.

Non si è trattato di un raptus improvviso quello del ragazzo armato di coltello, infatti, da qualche parte aveva scritto: “Ucciderò la mia insegnante di francese”. La professoressa aggredita lo definisce “confuso”, trascinato e “indottrinato dai social”. Il ragazzo aveva filmato l’accoltellamento per poi pubblicarlo su Telegram. 

Chiara Mocchi intanto, è stata dimessa dall’ospedale e, secondo quanto dice il suo legale, vorrebbe tornare a scuola il prima possibile.

Parole potentissime! Questa è la lettera che la prof Chiara Mocchi ha scritto dal letto d’ospedale! In una società dove regna la disumanità e l’indifferenza meritano di essere lette all’infinito! Sentite cosa dice:

«A tutti voi, adorati alunni, colleghi, genitori, soccorritori… sto dettando queste poche righe con la voce ancora flebile, ma con il cuore colmo di gratitudine. Non avrei mai pensato che un giorno avrei dovuto raccontare un dolore così grande. Eppure eccomi qui, ancora viva. In un attimo, un gesto incomprensibile ha spezzato la quotidianità della scuola, trasformando una mattina come tante in un incubo. So che addirittura la scena è stata ripresa via cellulare. Io stessa fatico a ricordarla senza tremare. Ma subito, attorno a me, si è mosso un mondo di coraggio e di umanità.

Oggi sono ancora debole, ma il mio spirito è vivo. E questa vita è un DONO che non sprecherò. So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento. Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio. Ai miei amati alunni, non fermatevi, non arrendetevi e preparatevi per il vostro futuro senza nessuna paura ma con CORAGGIO.

Questa ferita non deve diventare un muro, ma un PONTE: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché.

Tornerò a insegnare, a CREDERE nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia GIOIA più grande. A tutti voi, dal profondo del cuore: GRAZIE. Grazie per darmi la forza di guardare avanti e al sogno di potercela fare ancora. Con commossa gratitudine, Prof. Chiara Mocchi».

don Pasquale

La Comunità come Grembo della Fede

Omelia del Giovedì Santo 2026

Con questa liturgia entriamo nella celebrazione della Pasqua.

Non siamo qui per compiere solo dei riti, uno dopo l’altro, ma compiendoli siamo invitati a scrutare la nostra coscienza e a riesaminare il nostro rapporto col Signore e l’intera condotta di vita.

Nella seconda lettura, Paolo ci tramanda la memoria dell’ultima cena di Gesù con i discepoli. Ma dopo aver descritto la tradizione ricevuta, l’Apostolo mette in guardia da un possibile atteggiamento che contraddice quel dono: “Ciascuno esamini sé stesso e poi mangi del pane e beva dal calice, perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1Cor 11,28-29).

L’ultima Cena di Gesù, dunque, oltre ad essere il prototipo delle nostre eucarestie, è anche “memoria impegnativa” che ci indica, cioè, un modus operandis come singole persone e come comunità. A completamento di come il cristiano dovrebbe comportarsi abbiamo il Vangelo dove Gesù traccia la via, per sé e per i suoi: “Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (v. 14). Questa è la via indicata da Gesù… Difficile da accogliere, come mostra la reazione di Pietro, che si rifiuta di acconsentire a un Maestro disarmato e curvo: “Tu non mi laverai i piedi in eterno!” (v. 8).

La sua non è una reazione di rispetto: Pietro è riluttante davanti a quella logica.

In una società, come la nostra, sempre più sbilanciata sulla produttività, si rischia di perdere di vista ciò che più conta che è la relazione con gli altri e l’annientamento dei sentimenti e l’incapacità di metterci al servizio degli altri. La nostra convivenza umana difetta, oggi più di ieri, nella costruzione delle relazioni autentiche.

Di conseguenza cresce sempre più la solitudine.

Tutto ciò ha necessarie ripercussioni anche sul piano della fede.

«La tendenza, oggi diffusa, a relegare la fede nella sfera del privato contraddice la sua stessa natura».

Lo ha detto Papa Benedetto XVI il quale, nella catechesi tenuta durante l’udienza generale del 31.10.2012, ha spiegato anche come la nostra fede è veramente personale solo se comunitaria: «Può essere la mia fede – ha spiegato il Santo Padre Benedetto XVI -, solo se si vive e si muove nel “noi” della Chiesa.

Abbiamo bisogno della Chiesa per avere conferma della nostra fede e per fare esperienza dei doni di Dio: la sua Parola, i sacramenti, il sostegno della grazia e la testimonianza dell’amore».

Insomma, in un mondo in cui l’individualismo sembra regolare i rapporti tra le persone, rendendoli sempre più fragili, per il Papa la fede chiama ad essere Chiesa, portatori dell’amore e della comunione di Dio per tutto il genere umano: «Non posso – ha quindi ammonito il Pontefice – costruire la mia fede in un dialogo privato con Gesù, perché la fede mi viene donata da Dio attraverso una comunità credente che è la Chiesa e mi inserisce nella moltitudine dei credenti in una comunione che non è solo sociologica, ma radicata nell’eterno amore di Dio. La fede, in altre parole, non è il prodotto di un mio pensiero, ma è frutto di una relazione, di un dialogo in cui il comunicare con Gesù mi fa uscire dal mio io racchiuso in sé stesso per aprirmi all’amore del Padre».

La fede nasce nella Chiesa, conduce ad essa e vive in essa.

LA FEDE HA BISOGNO DELLA COMUNITÀ

La fede stessa ha bisogno della dimensione comunitaria.  Non si può vivere autonomamente la vita cristiana. La comunità è allora lo spazio vitale e vivificante, nel quale porta frutto ciò che lo Spirito stesso opera in ciascuno di noi, ma allo stesso tempo è lo spazio vitale da cui attingere tutto ciò che lo Spirito opera negli altri. Non esiste piena identità senza appartenenza a un popolo.

Perciò nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana: Dio ha voluto entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo (Gaudete et exsultate, n. 6).

«La santificazione è un cammino comunitario, da fare a due a due.

Il sacramento del Battesimo permette l’ingresso stesso nella vita cristiana, e segna contemporaneamente anche l’ingresso nella Chiesa, l’Eucaristia, da cui la Chiesa stessa trae il proprio sostentamento, altro non è che ripetere il gesto capace di rendere presente il Risorto, che consiste propriamente nel mangiare insieme lo stesso pane. Il gesto centrale del vivere cristiano è un gesto comunitario.

«La comunità dove i membri si prendono cura gli uni degli altri e costituiscono uno spazio aperto ed evangelizzatore, è luogo della presenza del Risorto che la va santificando secondo il progetto del Padre» (Evangelii gaudium, n. 145). Non è un processo individuale o risolvibile nella sola relazione con Dio, quanto piuttosto un cammino in cui la reciprocità e la condivisione con altri si rivelano come decisive proprio per poter vivere la propria personale relazione con Dio (Cf dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” Matteo 18,20).

𝐕𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐭𝐚’ 𝐩𝐚𝐫𝐫𝐨𝐜𝐜𝐡𝐢𝐚𝐥𝐞

Vivere autenticamente in una comunità parrocchiale non è semplice!

Le fragilità umane, le differenze di vedute, le dinamiche di gruppo spesso celano rischi che possono ferire profondamente il tessuto ecclesiale.

Uno dei pericoli più sottili e insidiosi nella vita di una Parrocchia è il ripiegamento di alcuni gruppi su sé stessi. Nati con l’intento di servire, crescere nella fede o annunciare il Vangelo, alcuni ambiti pastorali, se non continuamente rinnovati nello Spirito, finiscono per trasformarsi in “chiesuole” chiuse, autoreferenziali.

In questi casi, l’identità del gruppo prevale sulla comunione ecclesiale, e si crea un “noi contro gli altri” che avvelena il clima comunitario.

La logica del Vangelo è però ben diversa: la comunità cristiana non è somma di gruppi, ma un unico corpo, dove ogni carisma è al servizio della comunione e della missione.

Nessuna Parrocchia è esente da tensioni. Le incomprensioni, i giudizi affrettati, le rivalità personali o ideologiche possono nascere anche nei contesti più spirituali. Non di rado, piccoli screzi degenerano in vere e proprie inimicizie croniche, non affrontate, non guarite, lasciate sedimentare nel tempo. Il perdono rimane annunciato nelle liturgie, ma raramente praticato nelle relazioni.

Così, il rischio è che la Parrocchia diventi un contenitore di tensioni latenti, dove il silenzio sostituisce il dialogo, la distanza prende il posto dell’incontro, e la comunità smette di essere casa accogliente per tutti.

La comunità parrocchiale autentica è prima di tutto uno spazio di ascolto, di fraternità e di corresponsabilità. Non vive di performance, né di burocrazia, ma di relazioni che riflettono la presenza viva del Signore Risorto. È una comunità in uscita, missionaria, mai chiusa nei propri confini. Non si limita a “gestire l’esistente”, ma cerca di interpretare i bisogni delle persone e dei territori, con creatività e compassione. È una famiglia di famiglie, dove ognuno ha diritto di parola, dove i piccoli vengono ascoltati e i deboli sostenuti. È un “noi ecclesiale” in cui il centro non è l’organizzazione, ma il Vangelo vissuto nel quotidiano, tra le case e le strade.

Una comunità matura accoglie i conflitti come occasione di crescita, non come fallimento. Educa al confronto, alla verità detta con carità, alla riconciliazione. Sa perdonare, senza umiliare; sa correggere, senza giudicare.

Un sacerdote non può permettersi l’arroganza di chi “fa tutto da solo” o l’illusione di sapere sempre “come si fa”. Una Parrocchia sana è quella dove il Parroco si lascia aiutare, si circonda di laici formati, coinvolge le donne e gli uomini nelle scelte, costruisce veri percorsi di corresponsabilità. Non è il culto della delega che serve alla Chiesa, ma la cultura della collaborazione sincera.

Tutto questo richiede una vera pedagogia della comunione. Occorre formare le comunità a vivere l’ascolto reciproco, a non temere il conflitto, a custodire l’unità nella pluralità. La corresponsabilità non si improvvisa: si educa, si coltiva, si incoraggia. Ogni battezzato è chiamato a partecipare attivamente alla vita della Chiesa, non come “volontario”, ma come soggetto pienamente responsabile.

La Parrocchia sarà tale solo se saprà superare l’individualismo, la chiusura e la cultura del protagonismo. Sarà Chiesa in cui nessuno si sente escluso, e in cui ogni ministero, ordinato o laicale, esprime la bellezza di un popolo che cammina insieme.

don Pasquale

Meditazione Venerdì Santo 2025

La tunica indivisa e la rete che non si spezza

«La tunica di Cristo fatta a pezzi dalle divisioni nella Chiesa»

La tunica “di Cristo”, conservata a Treviri

La Passione secondo Giovanni domina il Venerdì Santo.

Nel suo Vangelo l’apostolo usa due volte soltanto il verbo schízo, dividere: per descrivere la tunica di Gesù, durante la passione, e la rete di Pietro, dopo la risurrezione.

Tutte e due sono indivisibili. La traduzione italiana non lascia vedere l’impiego dello stesso verbo, come invece nel greco: della tunica è detto che era tutta d’un pezzo e quindi i soldati decisero di non dividerla; della rete di Pietro si dice che non si strappò. In ambedue i casi nessuna divisione, nessuna schizofrenia.

La tradizione ha visto nella tunica indivisa di Gesù il simbolo della Chiesa. Le vesti furono divise in quattro parti, scrive Agostino, a indicare che la Chiesa è diffusa ai quattro venti. La tunica non viene stracciata perché la Chiesa, cattolica e sparsa nel mondo, rimane sempre una.

“Questo mistero dell’unità – scrive san Cipriano – questo vincolo della concordia… viene raffigurato quando nel Vangelo la tunica del Signore Gesù Cristo non viene affatto divisa né stracciata… Non può possedere le vesti di Cristo colui che scinde e strazia la Chiesa di Cristo… Col mistero della tunica e col simbolo di essa, Cristo raffigurò l’unità della Chiesa”.

Similmente accadde alla rete di Pietro durante la pesca miracolosa dopo la risurrezione. Aveva pescato 153 grossi pesci, tuttavia la rete non si strappa, rimane unita, proprio come la Chiesa.

Noi, invece, con i nostri comportamenti, finiamo col ferire la fraternità e la comunione ecclesiale!

Si potrebbe dire che la tunica di Cristo è stata fatta a pezzi dalle divisioni tra le Chiese, ma quel che non è meno grave è che ogni pezzo della tunica è spesso diviso, a sua volta, in altri pezzi. La constatazione delle nostre divisioni, piuttosto che ad un atteggiamento di rassegnazione, deve spingerci con più forza a risanarle.

Come possiamo notare, dunque, la “cattiva condotta” o il “tradimento” non è solo opera di Giuda o di Pietro!

Una sorte di esame di riparazione si addice ai due “Traditori”, ma anche a ciascuno di noi (chi più, chi meno).

Ma sappiamo che per Giuda non si può fare più nulla, mentre Pietro può ancora “redimersi”.

Santa Teresa del Bambino Gesù faceva riferimento alla vita di Pietro in questi termini: «Capisco benissimo che San Pietro sia caduto. Il povero San Pietro confidava in sé stesso invece di confidare unicamente nella forza di Dio (…). Sono convinta che se San Pietro avesse detto umilmente a Gesù: “Concedimi la forza di seguirti fino alla morte”, l’avrebbe ottenuta immediatamente (…). Prima di governare tutta la Chiesa, che è piena di peccatori, gli conveniva constatare nella sua stessa persona quanto poco l’uomo può fare senza l’aiuto di Dio» (Santa Teresa del Bambino Gesù, Ultimi colloqui, 7-VIII-1897).

Non dimentichiamo mai che sulla Croce Gesù ha “canonizzato” un peccatore convertito, “Oggi sarai con me in Paradiso”, e per tutti ha chiesto misericordia: “Padre, perdona loro, non sanno quello che fanno”.

don Pasquale

Meditazione Giovedi Santo 2025

 IN QUA NOCTE TRADEBÁTUR

Il Tradimento è un uragano che sradica tutto ciò che si è costruito

Tra i momenti più commoventi del Giovedì Santo c’è il tradimento di Giuda Iscariota, uno dei dodici apostoli scelti da Gesù. Giuda non era nato traditore e non lo era al momento di essere scelto da Gesù, lo divenne! Perché lo divenne? I vangeli – le uniche fonti attendibili che abbiamo sul personaggio – parlano di un motivo molto più “terra-terra”: il denaro.

A Giuda era stata affidata la borsa comune del gruppo; in occasione dell’unzione di Betania aveva protestato contro lo spreco del profumo prezioso versato da Maria sui piedi di Gesù, non perché gli importasse dei poveri, fa notare Giovanni, ma perché “era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro” (Gv 12,6).

La sua proposta ai capi dei sacerdoti è esplicita:

“Quanto siete disposti a darmi, se io ve lo consegno? Ed essi gli fissarono trenta sicli d’argento” (Mt 26, 15).

“L’attaccamento al denaro – dice la Scrittura – è la radice di tutti i mali” (1 Tm 6,10).

Dietro ogni male della nostra società c’è il denaro, o almeno c’è anche il denaro.

Per trenta denari vende il Maestro ai suoi nemici.

Dante mette all’inferno i traditori dell’amicizia, i traditori dei parenti, i traditori dell’umanità. Li mette nel lago ghiacciato del Cocito, il lago ghiacciato dell’inferno. Tra questi traditori vi è l’Iscariota, che troviamo nel XXXIV canto dell’Inferno:

“‘Quell’anima là sù c’ha maggior pena’, disse ‘l maestro, ‘è Giuda Scariotto, che ‘l capo ha dentro e fuor le gambe mena’”.

 Nel punto più basso dell’inferno c’è il ghiaccio, la freddezza, il calcolo. Il fuoco a dire il vero è in Paradiso, nel punto più alto.

Il tradimento di Giuda, tuttavia, non fu un atto impulsivo, ma premeditato. I Vangeli raccontano che Satana entrò in lui (Luca 22,3), suggerendo che il suo cuore si era gradualmente allontanato da Gesù. Sebbene Giuda fosse stato testimone dei miracoli e avesse ascoltato gli insegnamenti di Cristo, permise all’ambizione, alla delusione o alla disillusione di condurlo su un sentiero oscuro.

La vicenda di Giuda ci insegna che tutti siamo capaci di peccare, di allontanarci da Dio e di tradire ciò che amiamo di più. Giuda non era un mostro, ma un essere umano fallibile, come ognuno di noi.

Tutto l’Antico Testamento è disseminato di tradimenti, Caino e Abele, Giacobbe ed Esaù, Giuseppe venduto dai fratelli….

Tradimento originario fu quello che affonda le sue radici fin dall’inizio della storia salvifica, quando Adamo ed Eva si voltarono contro Dio.

Violando la fiducia di Dio, il tradimento come un uragano sradica tutto ciò che avevano costruito, portando con sé un senso di perdita e di peccato che anche oggi attanaglia la felicità delle coppie e della convivenza umana.

Il Tradimento è il rifiuto dell’amore. Certamente ci sarà stato un tempo in cui anche Giuda ha amato Gesù, ma non sappiamo il perché e il quando di questa interruzione di esperienza di amore di Giuda nei confronti del suo Maestro. Tuttavia, siamo certi che, come il giovane ricco, mai Gesù ha smesso di amare Giuda, “Eterno è il suo amore per noi” (Salmo 136).

Agli occhi di Gesù, Giuda rimane un amico.

Chi è l’amico? È il tu di me sul quale posso sempre contare.

Uno scrittore come Christiansen afferma:

“Non siamo mai davvero soli, quando si ha un amico. Un amico sta ad ascoltare quello che tu dici e cerca di comprendere ciò che non riesci a dire”.

Don Primo Mazzolari, in una Settimana Santa, tenne una predica dedicata proprio a Giuda “nostro fratello”. «Povero Giuda – aveva esordito il sacerdote – che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. È uno dei personaggi più misteriosi che noi troviamo nella passione del Signore. Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda. Non vergognatevi di assumere questa fratellanza. Io non mi vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore, e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui

Gesù non si arrende e tenta fino all’ultimo di liberare Giuda da questa sua possessione diabolica. Nonostante il Maestro, come espressione d’amore, nell’Ultima cena abbia lavato i piedi al discepolo, il suo gesto è stato inutile. Ha lavato i piedi a tutti, ma non tutti sono puri (Gv 13,9) e Giuda rimane nell’impurità totale (“Satana entrò in lui”, Gv 13,27). Questo è un richiamo anche per noi se prendiamo parte ai sacri riti solo per adempiere a un precetto e tacitare le nostre coscienze, senza permettere alle preghiere, gesti, canti e parole di scalfire e convertire i nostri cuori con una rinnovata condotta di vita da intraprendere di conseguenza.

Nella vita quotidiana, anche noi possiamo cadere in atteggiamenti che ci allontanano da Dio: la menzogna, l’invidia, l’egoismo, l’indifferenza verso la sofferenza degli altri. Il tradimento di Giuda ci invita a esaminare il nostro cuore e a chiederci: in quali momenti ho tradito i miei valori, la mia fede o le persone che amo, la Chiesa, la mia comunità parrocchiale?

Anche oggi si può giungere a criticare, contestare la Chiesa, la propria comunità parrocchiale, adducendo motivazioni subdole che mascherano i veri motivi come la mancata conquista del “palcoscenico tutto per sé”, riducendo gli altri a muti ascoltatori e adoratori di qualche leader di turno.  

Di fronte all’approssimarsi del tradimento, Gesù indica, nel corso dell’Ultima Cena, come il traditore non sia fuori di noi ma dentro di noi, tra noi, uno di noi, prossimo a noi. Ha mangiato con noi, ha condiviso con noi la tavola: «La mano di colui che mi tradisce – dice Gesù – è con me, sulla tavola» (Lc 22,21). “Cosa c’è di più intimo del mangiare nello stesso piatto, del mangiare insieme, del condividere la stessa tavola? […] Il traditore mangia nello stesso piatto del Maestro; si è nutrito della sua parola, ha beneficiato del suo insegnamento, ha condiviso la stessa tavola. E ora vuole distruggere il suo maestro, sputa sulla parola che lo ha formato, non mostra alcuna gratitudine per quello che ha ricevuto, non riconosce alcuna forma di debito”(Cf. Massimo Recalcati, “La notte del Getsemani”, Einaudi, Torino, 2019, pp. 33-34-35). Un fatto mi sembra più che certo: Cristo poteva vendicarsi, ma ci ha reso felici insegnandoci il perdono. Donandoci la Resurrezione.

don Pasquale

PREGHIERA

Dio onnipotente ed eterno,
che hai dato come modello agli uomini
il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore,
fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce,
fa’ che abbiamo sempre presente
il grande insegnamento della sua passione,
per partecipare alla gloria della risurrezione.
Egli è Dio, e vive e regna con te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

-dalla Liturgia-

“Il tradimento di Giuda”

Di fronte all’approssimarsi del tradimento, Gesù indica, nel corso dell’ultima cena, come il traditore non sia fuori di noi ma dentro di noi, tra noi, uno di noi, prossimo a noi. Ha mangiato con noi, ha condiviso con noi la tavola: «La mano di colui che mi tradisce – dice Gesù – è con me, sulla tavola» (Lc 22,21). Cosa c’è di più intimo del mangiare nello stesso piatto, del mangiare insieme, del condividere la stessa tavola? […] Il traditore mangia nello stesso piatto del Maestro; si è nutrito della sua parola, ha beneficiato del suo insegnamento, ha condiviso la stessa tavola. E ora vuole distruggere il suo maestro, sputa sulla parola che lo ha formato, non mostra alcuna gratitudine per quello che ha ricevuto, non riconosce alcuna forma di debito.

Massimo Recalcati, “La notte del Getsemani”, Einaudi, Torino, 2019, pp. 33-34-35

Omelia Veglia di Pasqua 2024

Una Chiesa che corre per annunciare la gioia del Vangelo

La Chiesa giovane che Papa Giovanni Paolo II sognava per il nostro secolo è una Chiesa non statica ma dinamica, che corre e non ha paura perché porta al mondo l’annuncio, di un Dio che ci accompagna e ci segue sempre…

Questa è la Chiesa della Veglia nella Pasqua di Risurrezione del Signore, madre di tutte le Sante veglie, come la definì sant’Agostino, che si apre alla gioia di un nuovo inizio, perché il nostro Dio, facendo Risorgere Suo Figlio offre a ciascuno di noi nuove opportunità vi vita e di percorso.

Di buon mattino alla tomba di Cristo va Maria di Magdala, inconsolabile perché il Maestro che lei seguiva con amore è stato barbaramente ucciso. L’autore del Quarto Vangelo ci dice che quando lei si reca al sepolcro era ancora buio e, come fa di solito, non vuole darci una indicazione solo temporale, ma esistenziale dell’episodio che ci sta narrando: vuole dirci che nel cuore di Maria e in quello degli apostoli c’era ancora l’oscurità dell’incomprensione per quello che era accaduto a Gesù.

Maria trova la pietra che copriva il sepolcro ribaltata e corre subito ad avvisare gli apostoli Pietro e Giovanni, portando la sua interpretazione dell’accaduto: hanno portato via il corpo di Gesù e non sa dove lo hanno deposto. I due correvano: è bella l’immagine di questi due uomini che si recano in fretta e ci dicono il desiderio di conoscere la verità.

La Pasqua richiede che mettiamo ali ai nostri piedi per Correre come i due apostoli

Anche nel buio più fitto brilla la stella del mattino

Nella Veglia di Pasqua del 2022 Papa Francesco nella sua Omelia diceva:

“Facciamo Pasqua con Cristo! Egli è vivo e ancora oggi passa, trasforma e libera. Con Lui il male non ha più potere, il fallimento non può impedirci di ricominciare, la morte diventa passaggio per l’inizio di una vita nuova. Perché con Gesù, il Risorto, nessuna notte è infinita; e anche nel buio più fitto, in quel buio brilla la stella del mattino” (16 aprile 2022).

“Com’è bella una Chiesa che corre per le strade del mondo col desiderio di portare a tutti la gioia del Vangelo. A questo siamo chiamati: a rotolare quella pietra dal sepolcro, in cui spesso abbiamo sigillato il Signore, per diffondere la sua gioia nel mondo” (22 aprile 2022).

Si questo è quanto auguro in questa notte gioiosa a tutti voi: essere portatori di gioia e di speranza nel mondo e ora continuiamo questa celebrazione adempiendo a quanto ho cantato nel bellissimo testo dell’Exultet:

“E questo tempio tutto risuoni per le acclamazioni del popolo in festa!”.

don Pasquale

Omelia Venerdì Santo 2024

La saggezza delle lacrime

Una Chiesa che condivide le lacrime della gente

Nel Vangelo di Luca Gesù dice alle figlie di Gerusalemme che piangono alla sua vista: “Non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli” (Lc 23, 28).

Vorrei dedicare la meditazione di questa sera sull’importanza delle lacrime, ossia del piangere.

«Solamente quando Cristo ha pianto ed è stato capace di piangere ha capito i nostri drammi». Da qui si comprende perché «certe realtà si vedono soltanto con gli occhi puliti dalle lacrime» (Papa Francesco)

Piangere riveste una dimensione tipicamente umana e inesorabile, quella della sofferenza, che non risparmia nessuno. Nasciamo piangendo.

Il significato delle lacrime nel mondo antico

Nel mondo antico piangere non significava dimostrarsi deboli, il pianto era considerato anzi manifestazione profonda dei propri sentimenti di dolore, frustrazione, nostalgia. Le lacrime sgorgano dal cuore:

Le lacrime ricorrono costantemente nella Bibbia, nell’Antico e nel Nuovo Testamento, investendo una gamma di sentimenti talmente ampia da risultare inimitabile nelle altre fonti. Il pianto investe uomini e donne di ogni condizione. Sono lacrime di pentimento, di supplica, di consolazione, di angoscia ma anche di condanna, quando Gesù allude al destino riservato ai dannati che andranno là dove vi sarà “pianto e stridore di denti” (Mt 13,42). Le lacrime sono al centro del libro delle Lamentazioni. Nei Salmi, in particolare, le lacrime sono effetto del pentimento o della consolazione. Dio raccoglie le lacrime di ciascuno in un otre e non ne perde neppure una (56,9) e qui riecheggiano le parole dell’Apocalisse: “…ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate” (21, 3-4).

Anche Gesù ha pianto

Maria Maddalena piange quando lava i piedi di Gesù con le sue lacrime e piange Pietro quando al cantar del gallo realizza il suo tradimento. Le lacrime più preziose sono certamente quelle della Vergine: quelle di una madre per il Figlio e per ciascuno dei suoi figli.

Anche Gesù piange, accogliendo in sé ogni aspetto dell’essenza umana, partecipandone fino in fondo.

Molti santi hanno avuto il dono delle lacrime, rivivendo le emozioni che furono di Gesù stesso, il quale non trattenne o nascose le lacrime sulla tomba dell’amico Lazzaro, alla vista del dolore di Marta e Maria, o alla vista di Gerusalemme nei suoi ultimi giorni terreni.

Nei Vangeli non si parla mai del riso di Gesù, ma del suo pianto sì. Papa Francesco ha ricordato i passi dei Vangeli in cui il Signore piange: nel Vangelo di Giovanni (11,32-44) sull’amico Lazzaro; in Luca (19,41) mentre si avvicina a Gerusalemme e ne profetizza la distruzione; in Matteo (26, 36-46) e Marco (14, 32-42), durante la preghiera e l’agonia nel Getsemani, Gesù manifesta la sua angoscia e la tristezza senza pianto, mentre nella Lettera agli Ebrei 5,7 si parla di “forti grida e lacrime”.

Le lacrime, dimensione tipicamente umana.

Ciascuno di questi tre momenti sono resi in modo diverso nel testo greco. Nell’episodio di Lazzaro Gesù versa lacrime in un pianto silenzioso.

Le lacrime, come scrive il monaco copto Matta El Meskin, sono il segno del pentimento, il pegno della conversione. Lavano il cuore, purificano le membra, guariscono l’anima malata.

Il penthos, la contrizione, le lacrime sono il segno che il cuore di pietra si sbriciola, si frantuma e lascia pulsare un cuore di carne, capace di accogliere la tenerezza misericordiosa di Dio. Per questo le lacrime erano ritenute dai padri della Chiesa come un “secondo battesimo”, una purificazione del cuore, un’attestazione di amore verso il Signore, una domanda di riconciliazione e perdono. Non saper piangere il peccato commesso era ritenuto un impedimento alla grazia e per questo, ancora nei libri di preghiere affidati alla mia generazione, vi era una preghiera “per ottenere il dono delle lacrime”. Le lacrime, infatti, sciolgono il cuore di pietra e vincono l’aridità che ci rende rigidi, sterili e incapaci di compassione: versare lacrime umanizza, mentre non saper piangere è disumano. Nella vita spirituale cristiana occorre dunque accogliere l’esperienza delle lacrime, del pianto quale pentimento per il proprio operare. Isacco il Siro scrive in proposito: “Le lacrime versate durante la preghiera sono un segno della misericordia di Dio della quale l’anima è stata ritenuta degna nel suo pentimento: il pentimento è accolto e la preghiera attraverso le lacrime purifica, lava da ogni peccato commesso”.

Il dono delle lacrime non è solo quando gli occhi piangono, ma anche quando a piangere è il cuore. Il nostro cuore si commuova davanti alla presenza del Signore. Chi si comunica tra le lacrime fa esperienza della guarigione interiore.

La psicoanalista Julia Kristeva, non credente, diceva che quando un paziente depresso arrivava a piangere sul divano, accadeva una cosa molto importante: stava cominciando a prendere le distanze dalla tentazione del suicidio perché le lacrime non narrano il desiderio di morire ma “la nostra sete di vita.

Piangere quindi fa bene ma prima è necessario imparare a piangere davvero e smettere di frignare!

Il nostro tempo sembra attraversato da due estremi. Un’aridità totale che chiude le persone in se stesse, le rende addirittura ciniche, indifferenti a chi soffre e ha bisogno di aiuto. Niente ci commuove, dobbiamo prima pensare a noi stessi, alle nostre esigenze, ai nostri problemi. Da questa mancanza di lacrime si passa talvolta agli occhi lucidi guardando un film o una telenovela, seguendo in tv e sui giornali il racconto di una tragedia a lieto fine come quella dei ragazzi thailandesi salvati dopo 18 giorni in una grotta.

Non che ci sia nulla di male in questo genere di lacrime, che rischiano però di essere fittizie. Ma ci sono anche quelle finte, le cosiddette lacrime di coccodrillo, versate per ottenere qualcosa. E ci sono le lacrime vere, che i padri della Chiesa definivano «un dono».

Le lacrime che partono dal cuore significano uscire dall’anestesia, sono il risveglio della sensibilità, della capacità di patire e di compatire».

PREGHIERA PER OTTENERE IL DONO DELLE LACRIME

O Dio onnipotente e mitissimo, che hai fatto scaturire dalla roccia una fonte d’acqua viva per il popolo assetato, fa uscire dalla durezza del nostro cuore lacrime di pentimento: affinché possiamo piangere i nostri peccati e meritare, per Tua misericordia, la loro remissione.

don Pasquale

Omelia Giovedì Santo 2024

Un popolo in cammino

Come i discepoli di Emmaus

Giorno dell’istituzione dell’Eucarestia

     “       dell’agonia

     “       del tradimento di Giuda

     “       del tradimento/rinnegamento di Pietro

     “       della Lavanda dei Piedi, dell’umile chinarsi del Cristo sui piedi dei discepoli come lezione valida per tutti i tempi e per tutti i luoghi.

Quest’anno, a livello di calendario, celebriamo la c.d. “Pasqua bassa”, infatti tra qualche giorno daremo il “benvenuto” al mese di aprile.

Un antico detto recita: Aprile dolce dormire… 

In realtà questo detto si coniuga a un altro molto famoso, che sin da bambini abbiamo sentito dai nostri genitori: “Chi dorme non piglia pesci”.

Innanzitutto, questo antico detto italiano sta a significare che non si ottiene nulla senza fatica e che, senza darsi da fare, non si realizza nulla di buono. Il detto, non a caso, prende esempio dall’attività del pescatore la cui particolarità è quella di non lasciarsi sfuggire il pesce nel momento in cui abbocca. In questo modo, chi si trova davanti alla canna da pesca deve rimanere sempre concentrato per non rischiare di perdere l’attimo in cui il pesce afferra l’esca. Chi dorme non piglia pesci, quindi, si riferisce a chi riposa troppo anziché impegnarsi nel proprio lavoro e rimanere all’erta e invita a dedicarsi con dedizione ai propri obiettivi per perseguire i propri scopi.

D’altra parte non si nega il dato incontrovertibile che senza un riposo adeguato, il conseguimento dei propri obiettivi sarebbe praticamente impossibile.

Si potrebbe dire che dormire sia una cosa “ovvia”, naturale per ogni uomo, eppure, come tutte le cose più ovvie ma originarie e fondanti la nostra umanità, presuppone molto di più di quel che sembra.

Esiste un sonno buono, profondamente umano. «Non mi piace chi non dorme, dice Dio», canta Charles Péguy, che definisce il sonno «l’amico di Dio» e fa dire al Creatore: «Il sonno è forse la mia più bella creatura». Esiste una sapienza che deriva soltanto dall’abbandonarsi come bambini nelle braccia paterne di Dio. Ma io non sono più un bambino! — protesta il vecchio che ognuno di noi porta dentro di sé. Sicuramente Dio non ci vuole incoscienti o immaturi, ma neppure possiamo sentirci addosso la responsabilità della salvezza della Chiesa e del mondo. L’opera di Dio si realizza con ritmi e tempi che non sono sotto il controllo di ognuno di noi: «Dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa» (Mc 4, 27).

Il sonno, infatti, è fondamentale per ricaricarsi e per recuperare al meglio le forze per affrontare una nuova giornata. Rigenerare le cellule del proprio corpo, in particolare quelle del sistema nervoso, è un’attività che il sonno porta con sé e che rimane fondamentale per il nostro organismo. Chi dorme quindi non piglia pesci? Forse è solo questione di quante ore si dedica al riposo!

La Chiesa non può dormire, è chiamata a riflettere, discernere e prendere poi posizione, non può tacere la verità, perché verrebbe meno alla fedeltà verso Dio Creatore e non aiuterebbe a discernere ciò che è bene da ciò che è male (Giov. P.II Angelus 9.7.2000).

“Sono venuto a portare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49)… “Questo è il fuoco dello Spirito Santo. Se la Chiesa non riceve questo fuoco o non lo lascia entrare in sé, diviene una Chiesa fredda o soltanto tiepida, incapace di dare vita, perché è fatta da cristiani freddi e tiepidi. Ci farà bene, oggi, prendere cinque minuti e domandarci: “Ma come va il mio cuore? È freddo? È tiepido? È capace di ricevere questo fuoco?” Prendiamoci cinque minuti per questo. Ci farà bene a tutti. E chiediamo alla Vergine Maria di pregare con noi e per noi il Padre celeste, affinché effonda su tutti i credenti lo Spirito Santo, fuoco divino che riscalda i cuori e ci aiuta ad essere solidali con le gioie e le sofferenze dei nostri fratelli” (PAPA FRANCESCO, ANGELUS Domenica, 14 agosto 2016).

Su una rivista mi è capitato di leggere la risposta a una critica di inerzia alla Chiesa da parte di un giovane sacerdote:

La Chiesa e la corrente
Caro Beppe, pur in una serie di osservazioni che in parte condivido, penso che tu abbia sbagliato biasimando gli ecclesiastici per la mancanza di attenzione e proposta di vita per le ragazze e i ragazzi che abitano le nostre città e le nostre case.

 E’ sbagliato perché la Chiesa è forse l’unica istituzione che rema controcorrente su molti piani: prima di tutto cercando di stare con i ragazzi. Io sono sacerdote non perché fulminato sulla via di Damasco da qualche intuizione dottrinale, ma perché ho trovato gente (laici, preti, suore) che mi ha fatto compagnia, e il loro modo di farlo era da cristiani.

Quindi ho trovato il Cristianesimo interessante (e intelligente). Quante altre “agenzie” davvero stanno con i nostri ragazzi? E poi come ci stanno? Quanti di voi, anche genitori, hanno davvero provato a mettere in questione, per esempio, la visione di una sessualità consumista, o che cosa vuol dire avere degli amici? Quanti hanno avuto il coraggio di parlare del senso e della profonda, temibile bellezza di volere il bene dell’altro come e più del proprio (forse perché alla fine il mio e il tuo bene coincidono, ma alla fine…)?

La chiesa convocata da Gesù è una Chiesa che inizia ad essere tale camminando con Gesù per le strade polverose della Galilea, della Samaria, della Giudea… del mondo intero.

La Chiesa non è formata da battitori liberi o da élite ma dall’insieme di coloro che hanno creduto e continuano a credere nel Signore morto e risorto, vivono nella sua parola e dei segni sacramentali della salvezza.

Camminare insieme richiede di saper incontrare, ascoltare, saper condividere.

La Chiesa, nei piani di Dio, è popolo in cammino, un popolo che cerca nel Signore la propria guida e che ritrova nel Pane eucaristico la forza per il proprio cammino verso il Regno di Dio.

1. In realtà, tu, o Signore,

sei sempre con noi.

Con divina discrezione,

spesso non riconosciuto,

tu in persona ti accosti a ciascuno di noi

e cammini con noi.

Tu continui, instancabile, a camminare con noi,

ogni giorno e nelle più diverse circostanze,

anche quando siamo smarriti e confusi,

quando la fede vacilla

e la speranza viene meno,

quando la vita conosce la prova e la sofferenza

o viene attraversata dal dramma e dalla disperazione,

quando nelle famiglie

viene turbato e minacciato l’amore

si insinua il tarlo della divisione

e irrompe il fallimento.

Tu cammini anche per le nostre strade

Dove la fede rischia di essere oscurata

dall’indifferenza e dall’affanno,

dalla chiusura e dall’egoismo,

dal rifiuto dei valori

che nel tuo Vangelo trovano la loro linfa vitale.

Anche qui tu sei presente e vivo

come il Viandante misterioso,

che non si impone ma si propone

e che, con paziente amicizia,

si fa partecipe di tutte le vicende del mondo,

per ridare a tutti

luce e conforto, speranza, gioia e pace.

2. Sì, o Signore,

tu cammini con noi.

E nel cuore di ciascuno,

come in quello dei viandanti di Emmaus,

fai risuonare la tua parola

che tutto definisce, tutto spiega, tutto redime:

una parola che aiuta a scoprire

e che promuove ogni germe di bene e di amore,

che denuncia e giudica,

che annuncia giustizia e offre perdono,

che tutti interpella, libera, consola e salva.

Questa stessa parola

tu hai affidato alla tua Chiesa,

perché sia madre e maestra per tutti i suoi figli

e all’umanità assetata di felicità e bisognosa di Dio

indichi la strada sicura

che conduce ogni uomo al porto sospirato dell’incontro con te,

unico e universale Salvatore del mondo:

con te, che nulla togli alla libertà e dignità dell’uomo,

che non impoverisci la nostra esistenza

ma la rendi più vera, più ricca, più bella e più grande,

perché a noi doni te stesso,

che sei nostra via, verità e vita,

nostro bene sommo e incomparabile tesoro.

Fa’, o Signore,

che continuiamo ad affidarci alla tua parola

e a fidarci di te,

per dare senso autentico e pieno

alla nostra vita e a quella del mondo

e così prendere il largo nel mare della storia,

per gettare le reti e conquistare gli uomini al Vangelo.

3. Animati da questa parola

che illumina e riscalda il cuore,

anche noi, come i discepoli di Emmaus,

ti invochiamo con tutta la forza della nostra debole fede:

“Resta con noi, Signore!”.

Fermati e non passare oltre,

entra nelle nostre case di viandanti senza meta.

Resta con noi:

non lasciarci prigionieri delle ombre della sera,

sostienici nella stanchezza,

perdona i nostri peccati,

orienta i nostri passi sulla via del bene,

donaci di gustare la grazia e la gioia della tua amicizia

che non delude e non abbandona mai.

Resta con noi, Signore,

perché senza di te non possiamo vivere:

per tutti tu sei l’assolutamente necessario!

Resta con noi, Signore,

perché tu, il risorto e il vivente,

sei «tra noi la speranza della gloria» (Colossesi 1, 27)

già in questa vita e oltre la morte.

Resta con noi, Signore,

perché tu sei la grande, la vera,

l’unica “ricchezza” della Chiesa e dell’umanità.

4. Resta con noi, o Signore,

e spezza ancora il pane per noi.

Ripeti tra noi

il gesto straordinario dell’ultima cena,

che hai ripreso con i discepoli di Emmaus la sera di Pasqua.

Confermalo con le tue parole di vita eterna

e continua a donarci il tuo Corpo e il tuo Sangue,

vero cibo e vera bevanda

per la vita del mondo.

È qui, nell’Eucaristia,

sorgente e vertice di tutta la vita cristiana,

cuore pulsante della nostra fede,

che noi ti riconosciamo, o Signore,

come presenza, dono e mistero

che edifica la Chiesa,

che ci accoglie come discepoli,

ci rende tuoi commensali,

ci fa, come te, servi per amore.

Noi ti adoriamo, o Dio,

che nel pane e nel vino eucaristici

a noi ti doni.

Ti doni e ti nascondi.

Ma anche se ti sottrai alla nostra vista,

mentre siamo seduti a tavola con te,

i nostri occhi si aprono e riconoscono il tuo volto

e il nostro cuore ti grida: “nostro Signore e nostro Dio”.

Siamo affascinati e conquistati,

come da vera beatitudine,

dall’invito alla tua cena.

Riacquistiamo la speranza perduta

e siamo colmati di una gioia immensa

che non possiamo trattenere per noi.

5. Ed ora, o Signore,

da questo fortunato incontro eucaristico

anche noi, come i discepoli di Emmaus,

partiamo senza indugio,

torniamo alle nostre case e alle nostre occupazioni,

corriamo sulle strade del mondo in cammino verso Gerusalemme,

la città di Dio e dell’uomo,

dove il frutto dell’incontro con te nella parola e nel pane

diventa vita di amore fraterno e universale.

In comunione con tutta la Chiesa,

anche noi ci riconosciamo “mandati”

ad annunciare a tutti la bella e lieta notizia

del tuo amore per gli uomini

e a farci appassionati e instancabili promotori

di comunione, di solidarietà e di pace,

così da costruire una società più equa e fraterna.

Rinvigoriti dalla forza del cibo eucaristico

e animati dal fuoco della missione

che lo Spirito accende in ciascuno di noi,

riprendiamo il nostro cammino

di pellegrini nella storia e per le strade del mondo,

quali missionari di Gesù e del suo Regno,

per rivolgere a tutti l’invito

a partecipare alla mensa del Signore,

promessa e garanzia di una vita vera

e di una festa che non avrà mai fine.

Resta con noi, Signore,

resta con noi,

ora e sempre.

Amen.    (+ Dionigi card. Tettamanzi)

Per questo la Chiesa veglia e non dorme nella notte di Pasqua: essa lì sperimenta e testimonia che il sonno di morte non c’è più, perché Gesù, nostra vita, per noi l’ha cambiato per sempre in un sonno dal quale ci si risveglia, dal quale si risorge.

  don Pasquale

Omelia Domenica delle Palme 2024

L’ICONA DELLA CONTRADDIZIONE E IL PROFUMO DELL’AMORE

Ciò che è accaduto a Gesù, che la liturgia di questa domenica di ricorda, mi fa tornare in mente la nota canzone di Mia Martini: ALMENO TU NELL’UNIVERSO, scritta nel 1972. Si tratta di un brano molto forte, soprattutto per il significato del testo. Dentro le parole del brano ci sono delle considerazioni sulla società contemporanea, sull’incoerenza delle persone e sulla mancanza di punti di riferimento:

Sai, la gente è strana

Prima si odia e poi si ama

Cambia idea improvvisamente

Prima la verità poi mentirà lui

Senza serietà

Come fosse niente

Sai, la gente è matta

Forse è troppo insoddisfatta

Segue il mondo ciecamente

Quando la moda cambia

Lei pure cambia

Continuamente, scioccamente.

A Gesù è accaduto l’esatto contrario: prima lo accolgono come un Messia con Palme e fronde, cantando: Osanna al Figlio David… più tardi griderà la liberazione di un noto assassino, Barabba, e la Crocifissione di Gesù.

Ci sorge spontaneo ipotizzare una possibile riflessione fatta da Gesù dinanzi a quello scenario pietoso di una umanità incoerente e traditrice: “Ne vale la pena morire per questa gente?”. Si, questo è quanto ci viene da chiedere a Gesù, avendo immaginariamente possibilità di intervistarlo: “Chi te l’ha fatto fare, Gesù???”. “Perché, quando sei stato insultato, maltrattato, offeso… non ti sei ritirato in cielo, alla destra del Padre Tuo, invece di subire questa ingiusto disprezzo e condanna???”.

La risposta sta nel comprendere che il “subire” il martirio non è stato un atto eroico ma un vero e proprio esemplare atto di amore!

L’evangelista Giovanni, narrando l’Ultima Cena, ci ricorda: “avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine” (Gv. 13,1).

L’amore vero non conosce pentimento, non lo si considera mai come “atto sprecato”. Giuda vede nell’atto di Maria che cosparge di olio profumato i piedi di Gesù. “Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariòta, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro” (Giov 12,1-11). Non si può capire nulla del messaggio di Gesù se si continua ragionare solo nell’ottica dell’utile. L’amore per sua natura è “inutile” cioè “gratuito”. L’amore vero sembra sempre uno spreco, una perdita. Chi ama è felice di amare anche se non guadagna nulla secondo la logica del mondo.

Per amore e solo per amore Gesù ha accettato la volontà del Padre!

Per amore e solo per amore hanno vissuto tanti uomini e donne che hanno imitato Gesù in diversi ambiti e modalità.

In primis il poverello di Assisi, Francesco che si è meritato il titolo di alter Christus e accanto a lui Madre Teresa di Calcutta e personaggi meno noti o non annoverati nell’elenco ufficiale del Santi di Santa Madre Chiesa come: don Lorenzo Milani, don Pino Puglisi, don Giuseppe Diana, Mons. Oscar Romeo….

L’amore non fa calcoli di convenienza, di opportunità, ma si offre come sorgente di acqua preziosa e pura per tutti.

“Dalle sue piaghe siamo stati guariti” e “dal suo fianco scaturirono sangue ed acqua”.

La canzone di Mia Martini, ad un certo punto aggiunge:

“Tu, tu che sei diverso

Almeno tu nell’universo

Non cambierai, dimmi che per sempre sarai sincero

E che mi amerai davvero di più, di più, di più

Non cambierai

Dimmi che per sempre sarai sincero

E che mi amerai davvero, davvero di più”.

Con un po’ di fantasia, immagino in questi giorni Gesù chiedere a ciascuno di noi di “amarlo di più”

don Pasquale

Omelia Mercoledì delle Ceneri 2024

14.02.2024

“memento mori”

Prima di morire bisogna innanzitutto vivere!

Il coraggio di vivere

La liturgia di questo inizio quaresima si mostra crudele e spietata nel ricordare le nostre origini e prospettare il nostro destino che ben conosciamo: RICORDA CHE VIENI DALLA POLVERE E ALLA POLVERE RITORNERAI!

Non c’è dubbio che la nostra cultura occidentale abbia rimosso il pensiero della morte.

Parlare di morte sembra essere diventato argomento “stonato e osceno”. Parlare di sesso sembra esse diventato normale e legale, parlare di morte sembra essere argomento da “pornografia”.

Nella nostra società, dunque, la morte è un tema spesso rimosso e dimenticato, sostituito dall’idea illusoria di crescita infinita e quindi immortalità.

A guardar bene, la vita ci è data per imparare a vivere e a morire.

Che strano: non abbiamo chiesto e deciso noi di venire al mondo e ci costa e scoccia parecchio doverlo lasciare…

Dovremmo comprendere tutti che ogni giorno è un regalo che viene fatto e non ce ne accorgiamo perché ci è dato anche di stare bene (anche se può capitare che qualcuno, per natura, dice sempre di non stare totalmente bene). Diventare consapevoli della nostra mortalità è quindi un esercizio indispensabile per imparare davvero a vivere e a godersi il viaggio meraviglioso della vita.

In ogni caso rimane il fatto che la morte rimane una matrigna o una sorellastra che non si vorrebbe mai incontrare e averci a che fare!! Anche Gesù ha paura della morte nel Getsemani (Lc 22,44) ha provato angoscia come tutti noi.

Nel corso della nostra esistenza, il Signore ci riempie di doni. I Vangeli ci parlano di Talenti (o mine) che il Signore distribuisce in numero differente, l’importante è impiegare questi talenti per se e per gli altri.

Non c’è peggior tristezza che chiudersi in sé stessi, nell’orizzonte della propria esistenza e del proprio egoismo. Non c’è peggior tristezza che arrivare alla fine della vita e accorgersi di non aver vissuto (cf. S. Olianti,Il coraggio di vivere, Oltre le paure che ci abitano, EMP, p.68) per limiti personali o per quanto dipeso dal di fuori di noi, da chi finisce col decidere arbitrariamente circa il nostro futuro e il nostro destino così come Primo Levi narra nel suo testo Se questo è un uomo scritto di getto tra il 1945 e il 1947, scritto, come ha affermato l’autore stesso, nella prefazione del libro, per soddisfare “il bisogno di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi” l’esperienza della sua deportazione nel Lager di Auschwitz in quanto ebreo.  Primo Levi scrive questo libro subito dopo essere rientrato a Torino nell’ottobre del 1945 sopravvissuto alla prigionia, obbedendo all’esigenza di far conoscere a tutti l’esperienza atroce dell’internamento.

Considerare e contemplare la propria mortalità può portare a coltivare un profondo senso di gratitudine e di apprezzamento nei confronti della vita. Se queste sono le premesse, occorre allora ribadire che la liturgia odierna ci vuole ricordare anche che: prima di morire bisogna innanzitutto vivere!

Unitamente al richiamo del tempus fugit, il memento mori divenne, inoltre, il motto dei monaci trappisti, che in questo modo ricordavano la caducità del tempo presente e l’imminenza del giudizio particolare per la vita o la morte eterna.

ll concetto di memento mori ci ricorda costantemente la transitorietà di ogni cosa, inclusi gli affetti più cari. Questa consapevolezza può guidarci verso legami interpersonali più profondi e autentici. Ci spinge a valorizzare le nostre relazioni, a superare le piccole incomprensioni e a manifestare con maggior libertà amore e gratitudine. Quando riconosciamo l’impermanenza della vita, diventiamo più bravi a coltivare i nostri legami con gli altri.

La contemplazione della morte ci incoraggia anche a considerare l’eredità che potremmo lasciare in futuro, e quindi quello che sarà il nostro impatto sul mondo, come saremo ricordati. Grazie a questo siamo motivati a lasciare un segno che sia positivo nel mondo, e lo faremo dando un contributo alla società e alle generazioni successive.

Il coraggio di decidere

L’emblema dell’incapacità di scegliere è il governatore Pilato!

Sarà meglio decidere e agire correndo il rischio di sbagliare per poi correggersi, che attendere passivamente per paura di sbagliare o di non essere perfetti. Per migliorare te stesso e la tua vita dovrai essere disposto a fare ciò che altri non sono disposti a fare.

Il Papa nel Messaggio per questa Quaresima Attraverso il deserto Dio ci guida alla libertà

Chiediamoci: desidero un mondo nuovo? Sono disposto a uscire dai compromessi col vecchio.

Papa Francesco è convinto che oggi va denunciato è un deficit di speranza….

Dio non si è stancato di noi.

Accogliamo la Quaresima come il tempo forte in cui la sua Parola ci viene nuovamente rivolta: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile» (Es 20,2). È tempo di conversione, tempo di libertà….È tempo di agire, e in Quaresima agire è anche fermarsi. Fermarsi in preghiera, per accogliere la Parola di Dio, e fermarsi come il Samaritano, in presenza del fratello ferito. L’amore di Dio e del prossimo è un unico amore. Non avere altri dèi è fermarsi alla presenza di Dio, presso la carne del prossimo. Per questo preghiera, elemosina e digiuno non sono tre esercizi indipendenti, ma un unico movimento di apertura, di svuotamento: fuori gli idoli che ci appesantiscono, via gli attaccamenti che ci imprigionano. Allora il cuore atrofizzato e isolato si risveglierà. Rallentare e sostare, dunque…. La forma sinodale della Chiesa, che in questi anni stiamo riscoprendo e coltivando, suggerisce che la Quaresima sia anche tempo di decisioni comunitarie, di piccole e grandi scelte controcorrente, capaci di modificare la quotidianità delle persone e la vita di un quartiere.

don Pasquale