Sintesi dell’Omelia in occasione del 32° Anniversario di Sacerdozio di don Pasquale Zecchini
21 maggio 2026
La bravura di un prete non si misura dal numero dei follower, come accade in tantissimi altri contesti, bensì dalla sua capacità di essere Testimone fedele di Gesù Cristo, sommo ed eterno sacerdote.
La pastorale non si misura dal numero di iniziative o dalla quantità di attività, ma dalla capacità di rendere Cristo presente. Come ricordava Henri de Lubac, «la Chiesa non ha altra vita se non quella che riceve da Cristo». Il vero successo della pastorale non è fare, ma far brillare Cristo nel mondo, lasciando che la sua presenza scuota, trasformi e rinnovi ogni cuore. Cristo è il centro della vita del presbitero perché è l’unico che rende il prete pienamente libero: libero dai poteri, dalle strutture e persino dalle sicurezze religiose, per essere solo “voce di chi non ha voce”. Il presbitero non incontra Cristo fuggendo dal mondo, ma immergendosi nell’umanità. Il presbitero è chiamato a riscoprire che Cristo non è un’idea, ma “carne che soffre”. Essere centrati su di Lui significa per il prete essere “appassionatamente uomini”. Il presbitero non è un solitario che rappresenta Cristo per delega, ma un fratello che, insieme ad altri fratelli, diventa trasparenza della sua presenza. La sua vita, immersa nella comunione ecclesiale, diventa segno credibile che Cristo cammina ancora con il suo popolo, trasformando la fatica quotidiana in testimonianza e l’attesa in speranza operosa. Il ministero diventa così presenza viva, compagnia che scuote e libera, testimone di una fede che non si misura in gesti o risultati, ma nella fedeltà al Dio che entra nella carne e nella storia dell’uomo. Il prete centrato su Cristo è un uomo inquieto, cercatore mai appagato, che vede nel volto di Gesù il riflesso di ogni povero e derelitto.
Il ministero presbiterale non si riduce a gestione di bisogni o problemi: diventa esercizio di compagnia, presenza misericordiosa e attenta, capace di valorizzare l’altro nella sua specificità e di sostenerne l’autonomia davanti a Dio. È un ministero che scuote, trasforma e rinnova, incarnando la vicinanza di Cristo e rendendo visibile il Regno in mezzo alla fragilità e alla complessità della vita concreta.
Pierre Teilhard de Chardin (gesuita, paleontologo e filosofo francese) offre una visione della centralità di Cristo che trasforma radicalmente l’identità del presbitero: da semplice “amministratore del sacro” a cooperatore dell’evoluzione cosmica. Nella visione teilhardiana, il presbitero non agisce in una bolla separata dalla realtà profana. Se Cristo è il cuore del mondo, ogni elemento della materia è potenzialmente sacro.
Teilhard (La Messa sul mondo), il presbitero offre sull’altare della terra l’intero lavoro umano, le sofferenze e i progressi della civiltà.
La missione del prete è aiutare l’umanità a convergere verso Cristo. Egli non “toglie” le persone dal mondo per portarle a Dio, ma insegna loro a trovare Dio attraverso il mondo.
Per un presbitero, mettere Cristo al centro significa riconoscere che la storia non è un cerchio che si ripete, ma una linea che sale.
Signore, stasera, sono solo
di Michel Quoist
Signore, stasera, sono solo.
A poco a poco, i rumori si sono spenti nella chiesa,
le persone se ne sono andate,
ed io sono rientrato in casa, solo.
Ho incontrato la gente che tornava da passeggio.
Sono passato davanti al cinema che sfornava la sua porzione di folla.
Ho costeggiato le terrazze dei caffè, in cui i passanti,
stanchi, cercavano di prolungare la gioia
di vivere una domenica di festa.
[…]
Eccomi, Signore
solo.
Il silenzio mi incomoda,
la solitudine mi opprime.
Signore, ho 35 anni,
un corpo fatto come gli altri,
braccia nuove per il lavoro,
un cuore riservato all’amore,
ma ti ho donato tutto.
È vero, tu ne avevi bisogno.
Io ti ho dato tutto ma è duro, o Signore.
È duro dare il proprio corpo: vorrebbe darsi ad altri.
È duro amare tutti e non serbare alcuno.
È duro stringere una mano senza volerla trattenere.
È duro far nascere un affetto, ma per donarlo a Te.
È duro non essere niente per sé per esser tutto per loro.
È duro essere come gli altri, fra gli altri, ed esser un’altra.
È duro dare sempre senza cercare di ricevere.
È duro andare incontro agli altri, senza che mai qualcuno ti venga incontro.
È duro soffrire per i peccati degli altri, senza poter rifiutare di accoglierli e portarli.
È duro ricevere i segreti, senza poterli condividere.
È duro sempre trascinare gli altri e non mai potere, anche solo un istante, farsi trascinare.
È duro sostenere i deboli senza potersi appoggiare ad uno forte
È duro essere solo,
solo davanti a tutti,
Solo davanti al Mondo.
Solo davanti alla sofferenza,
alla morte,
al peccato.
Figlio, non sei solo,
io sono con te,
Sono te.
Perché avevo bisogno di un’umanità in più
per continuare la Mia Incarnazione e la Mia Redenzione.
Dall’eternità Io ti ho scelto,
ho bisogno di te.
Ho bisogno delle tue mani per continuare a benedire,
Ho bisogno delle tue labbra per continuare a parlare,
Ho bisogno del tuo corpo per continuare a soffrire,
Ho bisogno del tuo cuore per continuare ad amare,
Ho bisogno di te per continuare a salvare,
Resta con Me, Figlio mio.
Eccomi, Signore;
ecco il mio corpo,
ecco il mio cuore,
ecco la mia anima.
Concedimi d’essere tanto grande da raggiungere il Mondo,
tanto forte da poterlo portare,
tanto puro da abbracciarlo senza volerlo tenere.
Concedimi d’essere terreno d’incontro,
ma terreno di passaggio,
strada che non ferma a sé,
perché non vi è nulla di umano da cogliervi
che non conduca a te.
Signore, stasera, mentre tutto tace e nel mio cuore sento
duramente questo morso della solitudine,
mentre il mio corpo urla a lungo la sua fame di piacere,
mentre gli uomini mi divorano l’anima ed io mi sento incapace di saziarli,
mentre sulle mie spalle il mondo intero pesa con tutto il suo peso di miseria e di peccato,
io ti ripeto il mio sì, non in una risata, ma lentamente, lucidamente, umilmente.
Solo, o Signore davanti a te,
nella pace della sera.
