È PASQUA… “FACCIO NUOVE TUTTE LE COSE” (APOCALISSE 21,5)

“Se vuoi puoi continuare ad abbracciarmi, ad essere unito a Me”

Omelia Veglia Pasquale 2026

La prima a far visita al sepolcro all’alba del nuovo giorno è la Maddalena, la donna che si è sentita amata in modo folle dal suo Signore.

Questa donna credette all’amore, perché l’ha sperimentato nella carne. E per questo torna a quel sepolcro, perché sa che l’amore è fedele, non può abbandonare, al di là di ogni infedeltà.

Infatti alle prime luci dell’alba, lo incontra, lo abbraccia, e l’amato le dirà: «Non mi trattenere, ma va dai miei fratelli» (v. Gv 20, 17).

Questa è la Pasqua: Io sono l’amore fedele – dice Gesù – se vuoi puoi continuare ad abbracciarmi, ad essere unito a me, a sperimentarmi nella tua carne, ora porta questo amore, questa fedeltà, questa logica dell’amore che sa andare sino alla fine, ai miei fratelli, vivilo lì, in mezzo ai tuoi. Vivilo con i tuoi fratelli.

Carissimi, se a Pasqua non ci lasciamo abbracciare nuovamente da Gesù dovremmo smetterla, poi, di cercarLo per i nostri “comodi”. Non possiamo pretendere di approfittare di Lui, “scomodandolo” per una cerimonia religiosa come un Matrimonio, Battesimo, … altri sacramenti, anniversari e quant’altro che ci riguarda, per soddisfare una “parata” e considerare la Chiesa il “palcoscenico per le nostre esibizioni”!

Ha fatto discutere, qualche settimana fa, la decisione di Mons. Luigi Renna che a Catania ha proibito le esequie religiose al pluripregiudicato Nitto Santapaola. Sul quotidiano cattolico Avvenire del 12 marzo 2026 ha dichiarato: «Vi spiego perché ho negato il funerale a Nitto Santapaola – si sarebbero trasformate in una celebrazione del boss. La preghiera non mancherà, ma basta con la religione rovesciata di chi usa Dio con disinvoltura».

Qualche giornalista ha intervistato direttamente il Vescovo di Catania: “Monsignor Renna, perché non celebrare i funerali a Nitto Santapaola?”.

“Le ragioni sono di opportunità, per quello che può diventare una celebrazione esequiale di un boss mafioso, ossia una celebrazione della persona a prescindere dal suo vissuto. Si trasformerebbe senza dubbio in un momento nel quale gli verrebbero resi onori, si manifesterebbe cordoglio ai suoi familiari con forme che possano rasentare conferme di alleanze antiche o nuove. Insomma, non sarebbe una celebrazione per pregare per la persona e affidarla alla misericordia di Dio. Già in condizioni normali alcune persone accompagnano il corteo funebre con sparo di petardi o cantate di neo-melodici, figuriamoci cosa accadrebbe nel funerale di un noto boss. Una celebrazione del genere non solo stravolgerebbe il senso del funerale cristiano, ma diverrebbe una contro testimonianza” […].  “In circostanze come queste – ha aggiunto il presule – la preghiera non deve mancare, ma in forma strettamente privata e senza alcuna pubblicità previa né postuma, e solo se la famiglia lo chiede. La pietà va esercitata anche verso chi è stato vittima di queste persone e ancora attende giustizia. Il Signore solo conosce quello che è avvenuto nella coscienza dei malavitosi negli ultimi istanti della loro vita: questo ci basta, senza dover indagare, giustificare, ostentare, presumere”.

Carissimi, la Pasqua ci invita a intraprendere strade nuove, S. Paolo direbbe: “Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova […]. Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità (1 Cor. 5,7-8).

«La risurrezione non è tanto o soltanto un corpo che si rianima, – e se fosse soltanto un corpo che si rianima, cosa volete, tutt’al più sarebbe stato solo oggetto di curiosità, come era stato per la risurrezione di Lazzaro che tutti andavano a vedere – ma il Cristo che risuscita non è tanto o soltanto un cadavere che si muove, ma è tutto ciò che questo significa. E significa soprattutto che lui è la Parola vivente, è la Parola vittoriosa, è quello che ha vinto la morte, è quello che ha sconfitto il male, è il bene che vince su ogni malizia, su ogni forza. Quindi ecco che nel nome di Cristo risorto comincia la predicazione, è il «faccio nuove tutte le cose» (Apocalisse 21, 5), è il mondo che ricomincia daccapo, è la causa dell’uomo che continua, è tutto ciò che risurrezione significa: è morto l’uomo vecchio ed è nato il nuovo.

Quindi la cosa più rivoluzionaria della terra è la risurrezione, e questa risurrezione dev’essere testimoniata. Difatti noi, nello Spirito Santo, rendiamo testimonianza. E tutto questo dev’essere detto da credenti, e allora avviene lo sconvolgimento» (David Mari Turoldo). Auguri di Pace e di Santa Pasqua a tutti!

don Pasquale

“Cristo ancora soffre”

Omelia Venerdì Santo 2026

La Passione di Cristo ci invita a riconsiderare “storie sanguinanti” di uomini, donne e bambini che oggi vivono esperienze di dolore, con ferite profonde che non sempre si rimarginano in tempi brevi ed efficacemente.

Una di queste, in giorni recenti, è la vicenda di CHIARA MOCCHI, la professoressa ferita quasi mortalmente da un suo alunno tredicenne della provincia di Bergamo dalla mente e dall’animo inquieto.

La professoressa, dimessa da qualche giorno dalle cure ospedaliere, ha raccontato come mentre l’alunno armato di coltello (stile Rambo) la aggrediva, un altro alunno ha affrontato il compagno prendendolo a calci e pugni facendolo scappare.

“Ha rischiato di prendersi delle coltellate anche lui! È indubbiamente un eroe. Sono intenzionata a proporlo per una medaglia perché se la merita” ha dichiarato la professoressa con riconoscenza per quell’alunno che forse gli ha salvato la vita. La stessa ha aggiunto: “Dall’elicottero ho visto i miei studenti che mi salutavano con le lacrime agli occhi”. La professoressa ha anche raccontato di aver vissuto attimi concitati, di “essere sprofondata nel bivio più profondo, avendo perso un litro e mezzo di sangue in poco tempo. L’insegnante è stata ferita all’addome e al collo:” Una potentissima emorragia, quasi un litro e mezzo di sangue perso in poco tempo. Un fendente arrivato a mezzo millimetro dall’aorta. Un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva, e quel torpore che avanzava rapido mentre la luce intorno a me diventava ombra, e l’ombra diventava addio”, così ha dichiarato.

Non si è trattato di un raptus improvviso quello del ragazzo armato di coltello, infatti, da qualche parte aveva scritto: “Ucciderò la mia insegnante di francese”. La professoressa aggredita lo definisce “confuso”, trascinato e “indottrinato dai social”. Il ragazzo aveva filmato l’accoltellamento per poi pubblicarlo su Telegram. 

Chiara Mocchi intanto, è stata dimessa dall’ospedale e, secondo quanto dice il suo legale, vorrebbe tornare a scuola il prima possibile.

Parole potentissime! Questa è la lettera che la prof Chiara Mocchi ha scritto dal letto d’ospedale! In una società dove regna la disumanità e l’indifferenza meritano di essere lette all’infinito! Sentite cosa dice:

«A tutti voi, adorati alunni, colleghi, genitori, soccorritori… sto dettando queste poche righe con la voce ancora flebile, ma con il cuore colmo di gratitudine. Non avrei mai pensato che un giorno avrei dovuto raccontare un dolore così grande. Eppure eccomi qui, ancora viva. In un attimo, un gesto incomprensibile ha spezzato la quotidianità della scuola, trasformando una mattina come tante in un incubo. So che addirittura la scena è stata ripresa via cellulare. Io stessa fatico a ricordarla senza tremare. Ma subito, attorno a me, si è mosso un mondo di coraggio e di umanità.

Oggi sono ancora debole, ma il mio spirito è vivo. E questa vita è un DONO che non sprecherò. So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento. Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio. Ai miei amati alunni, non fermatevi, non arrendetevi e preparatevi per il vostro futuro senza nessuna paura ma con CORAGGIO.

Questa ferita non deve diventare un muro, ma un PONTE: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché.

Tornerò a insegnare, a CREDERE nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia GIOIA più grande. A tutti voi, dal profondo del cuore: GRAZIE. Grazie per darmi la forza di guardare avanti e al sogno di potercela fare ancora. Con commossa gratitudine, Prof. Chiara Mocchi».

don Pasquale

La Comunità come Grembo della Fede

Omelia del Giovedì Santo 2026

Con questa liturgia entriamo nella celebrazione della Pasqua.

Non siamo qui per compiere solo dei riti, uno dopo l’altro, ma compiendoli siamo invitati a scrutare la nostra coscienza e a riesaminare il nostro rapporto col Signore e l’intera condotta di vita.

Nella seconda lettura, Paolo ci tramanda la memoria dell’ultima cena di Gesù con i discepoli. Ma dopo aver descritto la tradizione ricevuta, l’Apostolo mette in guardia da un possibile atteggiamento che contraddice quel dono: “Ciascuno esamini sé stesso e poi mangi del pane e beva dal calice, perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1Cor 11,28-29).

L’ultima Cena di Gesù, dunque, oltre ad essere il prototipo delle nostre eucarestie, è anche “memoria impegnativa” che ci indica, cioè, un modus operandis come singole persone e come comunità. A completamento di come il cristiano dovrebbe comportarsi abbiamo il Vangelo dove Gesù traccia la via, per sé e per i suoi: “Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (v. 14). Questa è la via indicata da Gesù… Difficile da accogliere, come mostra la reazione di Pietro, che si rifiuta di acconsentire a un Maestro disarmato e curvo: “Tu non mi laverai i piedi in eterno!” (v. 8).

La sua non è una reazione di rispetto: Pietro è riluttante davanti a quella logica.

In una società, come la nostra, sempre più sbilanciata sulla produttività, si rischia di perdere di vista ciò che più conta che è la relazione con gli altri e l’annientamento dei sentimenti e l’incapacità di metterci al servizio degli altri. La nostra convivenza umana difetta, oggi più di ieri, nella costruzione delle relazioni autentiche.

Di conseguenza cresce sempre più la solitudine.

Tutto ciò ha necessarie ripercussioni anche sul piano della fede.

«La tendenza, oggi diffusa, a relegare la fede nella sfera del privato contraddice la sua stessa natura».

Lo ha detto Papa Benedetto XVI il quale, nella catechesi tenuta durante l’udienza generale del 31.10.2012, ha spiegato anche come la nostra fede è veramente personale solo se comunitaria: «Può essere la mia fede – ha spiegato il Santo Padre Benedetto XVI -, solo se si vive e si muove nel “noi” della Chiesa.

Abbiamo bisogno della Chiesa per avere conferma della nostra fede e per fare esperienza dei doni di Dio: la sua Parola, i sacramenti, il sostegno della grazia e la testimonianza dell’amore».

Insomma, in un mondo in cui l’individualismo sembra regolare i rapporti tra le persone, rendendoli sempre più fragili, per il Papa la fede chiama ad essere Chiesa, portatori dell’amore e della comunione di Dio per tutto il genere umano: «Non posso – ha quindi ammonito il Pontefice – costruire la mia fede in un dialogo privato con Gesù, perché la fede mi viene donata da Dio attraverso una comunità credente che è la Chiesa e mi inserisce nella moltitudine dei credenti in una comunione che non è solo sociologica, ma radicata nell’eterno amore di Dio. La fede, in altre parole, non è il prodotto di un mio pensiero, ma è frutto di una relazione, di un dialogo in cui il comunicare con Gesù mi fa uscire dal mio io racchiuso in sé stesso per aprirmi all’amore del Padre».

La fede nasce nella Chiesa, conduce ad essa e vive in essa.

LA FEDE HA BISOGNO DELLA COMUNITÀ

La fede stessa ha bisogno della dimensione comunitaria.  Non si può vivere autonomamente la vita cristiana. La comunità è allora lo spazio vitale e vivificante, nel quale porta frutto ciò che lo Spirito stesso opera in ciascuno di noi, ma allo stesso tempo è lo spazio vitale da cui attingere tutto ciò che lo Spirito opera negli altri. Non esiste piena identità senza appartenenza a un popolo.

Perciò nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana: Dio ha voluto entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo (Gaudete et exsultate, n. 6).

«La santificazione è un cammino comunitario, da fare a due a due.

Il sacramento del Battesimo permette l’ingresso stesso nella vita cristiana, e segna contemporaneamente anche l’ingresso nella Chiesa, l’Eucaristia, da cui la Chiesa stessa trae il proprio sostentamento, altro non è che ripetere il gesto capace di rendere presente il Risorto, che consiste propriamente nel mangiare insieme lo stesso pane. Il gesto centrale del vivere cristiano è un gesto comunitario.

«La comunità dove i membri si prendono cura gli uni degli altri e costituiscono uno spazio aperto ed evangelizzatore, è luogo della presenza del Risorto che la va santificando secondo il progetto del Padre» (Evangelii gaudium, n. 145). Non è un processo individuale o risolvibile nella sola relazione con Dio, quanto piuttosto un cammino in cui la reciprocità e la condivisione con altri si rivelano come decisive proprio per poter vivere la propria personale relazione con Dio (Cf dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” Matteo 18,20).

𝐕𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐭𝐚’ 𝐩𝐚𝐫𝐫𝐨𝐜𝐜𝐡𝐢𝐚𝐥𝐞

Vivere autenticamente in una comunità parrocchiale non è semplice!

Le fragilità umane, le differenze di vedute, le dinamiche di gruppo spesso celano rischi che possono ferire profondamente il tessuto ecclesiale.

Uno dei pericoli più sottili e insidiosi nella vita di una Parrocchia è il ripiegamento di alcuni gruppi su sé stessi. Nati con l’intento di servire, crescere nella fede o annunciare il Vangelo, alcuni ambiti pastorali, se non continuamente rinnovati nello Spirito, finiscono per trasformarsi in “chiesuole” chiuse, autoreferenziali.

In questi casi, l’identità del gruppo prevale sulla comunione ecclesiale, e si crea un “noi contro gli altri” che avvelena il clima comunitario.

La logica del Vangelo è però ben diversa: la comunità cristiana non è somma di gruppi, ma un unico corpo, dove ogni carisma è al servizio della comunione e della missione.

Nessuna Parrocchia è esente da tensioni. Le incomprensioni, i giudizi affrettati, le rivalità personali o ideologiche possono nascere anche nei contesti più spirituali. Non di rado, piccoli screzi degenerano in vere e proprie inimicizie croniche, non affrontate, non guarite, lasciate sedimentare nel tempo. Il perdono rimane annunciato nelle liturgie, ma raramente praticato nelle relazioni.

Così, il rischio è che la Parrocchia diventi un contenitore di tensioni latenti, dove il silenzio sostituisce il dialogo, la distanza prende il posto dell’incontro, e la comunità smette di essere casa accogliente per tutti.

La comunità parrocchiale autentica è prima di tutto uno spazio di ascolto, di fraternità e di corresponsabilità. Non vive di performance, né di burocrazia, ma di relazioni che riflettono la presenza viva del Signore Risorto. È una comunità in uscita, missionaria, mai chiusa nei propri confini. Non si limita a “gestire l’esistente”, ma cerca di interpretare i bisogni delle persone e dei territori, con creatività e compassione. È una famiglia di famiglie, dove ognuno ha diritto di parola, dove i piccoli vengono ascoltati e i deboli sostenuti. È un “noi ecclesiale” in cui il centro non è l’organizzazione, ma il Vangelo vissuto nel quotidiano, tra le case e le strade.

Una comunità matura accoglie i conflitti come occasione di crescita, non come fallimento. Educa al confronto, alla verità detta con carità, alla riconciliazione. Sa perdonare, senza umiliare; sa correggere, senza giudicare.

Un sacerdote non può permettersi l’arroganza di chi “fa tutto da solo” o l’illusione di sapere sempre “come si fa”. Una Parrocchia sana è quella dove il Parroco si lascia aiutare, si circonda di laici formati, coinvolge le donne e gli uomini nelle scelte, costruisce veri percorsi di corresponsabilità. Non è il culto della delega che serve alla Chiesa, ma la cultura della collaborazione sincera.

Tutto questo richiede una vera pedagogia della comunione. Occorre formare le comunità a vivere l’ascolto reciproco, a non temere il conflitto, a custodire l’unità nella pluralità. La corresponsabilità non si improvvisa: si educa, si coltiva, si incoraggia. Ogni battezzato è chiamato a partecipare attivamente alla vita della Chiesa, non come “volontario”, ma come soggetto pienamente responsabile.

La Parrocchia sarà tale solo se saprà superare l’individualismo, la chiusura e la cultura del protagonismo. Sarà Chiesa in cui nessuno si sente escluso, e in cui ogni ministero, ordinato o laicale, esprime la bellezza di un popolo che cammina insieme.

don Pasquale

Sessantotto anni di cammino: la storia della nostra San Girolamo

Sessantotto anni fa nasceva ufficialmente la nostra parrocchia e, per capire la strada fatta, dobbiamo tornare a una San Girolamo che oggi facciamo fatica a immaginare.

Prima dei palazzi e del lungomare moderno, questo rione era una distesa di dune e orti, un luogo di villeggiatura silenzioso dove la città finiva e iniziava l’Adriatico. Il battito del quartiere era scandito dal fischio della “Ciclatera”, il trenino a vapore che collegava Bari a Barletta. In quel tempo, l’unico riferimento spirituale era la piccola chiesetta della Madonna del Rosario, costruita nel 1935 per volere dell’allora fondatore della Saicaf. Era una chiesa in simbiosi con il mare e con il lido “Il Trampolino”, dove le famiglie si ritrovavano la domenica mattina prima della passeggiata sulla riva. Il panorama architettonico era allora limitato a pochi insediamenti sparsi: da un lato le ville della borghesia barese, come Villa Rosa, costruite in stile liberty o neogotico con ampi giardini rivolti al mare, e dall’altro le basse abitazioni stagionali dei bagnanti che si alternavano a vecchi casali agricoli. Queste dimore, distanti tra loro e circondate da muretti a secco e terreni coltivati, rappresentavano gli unici avamposti residenziali di una zona ancora priva di grandi complessi condominiali e di una rete stradale definita.

Il secondo dopoguerra rappresentò per Bari un periodo di crescita demografica tumultuosa. La distruzione di parti del centro storico e la necessità di alloggi per le classi meno abbienti portarono alla decisione, alla fine degli anni Cinquanta, di edificare nuovi quartieri periferici. Mentre il rione San Paolo (allora CEP) nasceva da una pianificazione coordinata dall’edilizia popolare per ospitare gli abitanti delle baraccopoli di Torre Tresca, San Girolamo subì uno sviluppo più frammentato, caratterizzato da lottizzazioni private intrecciate a interventi dell’Istituto Autonomo per le Case Popolari.

Questo processo alterò definitivamente l’equilibrio della zona. Le basse palazzine popolari iniziarono a sostituire i giardini delle ville, e la popolazione stabilmente residente aumentò drasticamente, ponendo il problema dell’assistenza spirituale e della fornitura di servizi essenziali che la città non riusciva ancora a garantire. Spesso mancava qualsiasi collegamento alla rete idrica, elettrica, fognaria….

Il 18 gennaio 1958, l’Arcivescovo Enrico Nicodemo istituì ufficialmente la parrocchia, ma fu solo il 30 aprile che decise di aprirla al culto per l’urgenza dell’assistenza spirituale nella zona, di un quartiere che stava vivendo una grande crescita demografica seppur privo di servizi. Il compito venne affidato a un giovane sacerdote barese di 27 anni: Don Vito Nicola Antonio Diana. La sfida era imponente: si partiva da zero, in un contesto segnato da molte difficoltà. Don Vito ricevette l’ordine di trovare un locale in affitto e individuò una villa con garage in via Ritelli 7, di proprietà della signora Maria Ortolani. Il 24 maggio 1958 venne firmato il contratto: 30.000 lire al mese per trasformare il garage in cappella e la villa in canonica.

L’8 giugno 1958, in quel garage umile ma gremito di fedeli, venne celebrata la prima Messa. Don Vito non si fermava mai: con la sua Fiat 500 faceva la spola tra i conventi per recuperare sacerdoti disponibili, portando le Messe domenicali anche a Fesca, nella chiesetta dei Violante, in quella di Sant’Antonio dei Catacchio e alla Madonna della Strada dell’ANAS, che ancora oggi si può vedere imboccando l’uscita Bari Via Napoli della tangenziale in direzione Sud. In totale si celebravano sette messe festive, sforzo reso possibile anche dall’aiuto delle Suore del Preziosissimo Sangue che arrivavano ogni giorno dal rione Picone.

La comunità cresceva e il garage era ormai troppo piccolo. Grazie alla “Legge Romita”, si finanziò il rustico di un complesso parrocchiale. Don Vito stesso firmò cambiali per un milione e mezzo di lire per coprire le spese.

Il 24 luglio 1959, Monsignor Nicodemo inaugurò finalmente il salone-chiesa, ma i lavori erano tutt’altro che finiti. Don Vito si trasferì a vivere in tre stanze della parrocchia ancora prive di porte e serrande per risparmiare sull’affitto, sorvegliato di notte dai turni dei laici dell’Azione Cattolica per evitare furti. In quegli anni, la parrocchia divenne anche scuola: il piano superiore ospitò le aule elementari fino al 1968, permettendo ai bambini di studiare senza dover attraversare la città, non essendoci altre strutture scolastiche nel quartiere.

Già nel 1963 fu benedetta una prima pietra per una grande chiesa progettata dall’architetto Antonietta Navarra, un sogno che però dovette essere interrotto per la mancanza di fondi sufficienti e che portò il Ministero a dirottare i fondi per la costruzione altrove.

Gli anni ’60 e ’70 furono quelli dell’isolamento. San Girolamo era una periferia di fango: le strade non erano asfaltate e mancava l’illuminazione. Molte delle nuove vie erano prive di nome e conosciute semplicemente come traverse, rendendo difficile la loro identificazione. Il parroco di allora scriveva “I rioni di San Girolamo e Fesca, serviti da questa parrocchia, sorgono all’estrema periferia della città di Bari. Adoperare per questi agglomerati urbani la parola quartiere significherebbe troppo. L’organizzazione di questi rioni è scarsissima o inesistente: mancano di edificio scolastico, di posto telefonico pubblico, di ufficio postale, di rapide comunicazioni con il centro cittadino distante circa 6 km; sorgono sul mare per un fronte di oltre 3 km ma sono sprovvisti di qualunque elementare difesa di frangiflutti e lungomare.”

Nel 1967 arrivò Don Nicola Pascazio, che si batté per rimuovere i residui calcarei che ostruivano la vista della chiesa e per far nascere, tra i resti di una cava di tufi, il campo di calcio.

Solo nel 1973 il comune di Bari, in accordo con l’IACP, finanziò i lavori per l’installazione della Rete fognaria a San Girolamo e Fesca, che all’epoca

Nel 1976 circa 400 famiglie furono trasferite d’autorità verso San Paolo e Japigia. Fu un distacco doloroso tra vicini di casa, seguito dall’occupazione abusiva delle palazzine svuotate. La parrocchia visse anni difficili di vandalismo, dove venivano rubati persino i tombini e le cancellate del recinto sacro e anche alcuni locali della parrocchia vennero occupati da nove famiglie abusive, costringendo alla chiusura temporanea del cinema parrocchiale. La zona di Fesca tendeva intanto ad ingrandirsi, vi venne inaugurato infatti un complesso con 80 appartamenti, e la presenza del Sacerdote vi era quanto mai opportuna. I Padri Francescani collaboravano in questa zona solo con la Messa delle 8,30 celebrata nella Cappella di Fesca, ma la loro opera si svolgeva più sul piano sociale che religioso. La Parrocchia di Fesca, infatti, sarebbe stata fondata per distacco da San Girolamo solo nel 2002.

Dalla fine degli anni Settanta, con Don Antonio Bonerba, apparvero la Croce luminosa sul tetto e le campane elettriche. Negli anni Ottanta furono rinnovati i banchi e i locali che erano stati abusivamente occupati, ora liberati, e nel 1987 venne realizzata la grotta dedicata alla Madonna di Lourdes. Viene affrontato dal Parroco anche il problema dell’illuminazione sul piazzale parrocchiale. Infatti le luci mancavano, e perciò era pericoloso venire in Chiesa la sera; il Parroco, con i suoi collaboratori, provvide ad installare delle plafoniere a neon e due riflettori esterni per illuminare, almeno in parte, le vie di accesso agli ambienti parrocchiali. In quegli anni nacque anche la messa delle ore 8, che ancora oggi celebriamo.

Sotto la guida di Don Luigi Spaltro, la comunità affrontò le sfide degli anni Novanta, incluso lo sbarco della Vlora nel 1991, con la solidarietà prestata dagli abitanti, e le pratiche per l’avvio della costruzione della Chiesa Nuova. Nel 2011 arrivò poi don Pasquale.

Oggi guardiamo alla nostra nuova chiesa, costruita con tanta fatica e sacrifici, in primis del nostro Parroco don Pasquale, come al compimento di quel viaggio iniziato nel garage di via Ritelli. La nostra “barca” sul mare Adriatico non dimentica però le sue radici. Siamo una comunità nata dalla polvere e dalla povertà, cresciuta con la forza della solidarietà e della generosità. Che San Girolamo continui a guidare i nostri passi. Buon anniversario a tutti noi!

A cura di Ferdinando Traversa

Il gelo dell’indifferenza e la mansuetudine della fede nella vita di S. Girolamo

Omelia di Domenica 28 settembre 2025 (XXVI dom. T.O/C)

Un ricco e un povero sono i protagonisti del Vangelo di questa domenica, si incrociano ma non si incontrano, tra loro c’è un abisso.

Il ricco non ha fatto nulla di male al povero Lazzaro, non lo ha aggredito ne a parole, ne fisicamente. Fa qualcosa di peggio: non lo fa esistere, lo riduce a un rifiuto, uno scarto, un nulla. Semplicemente Lazzaro non c’era, invisibile ai suoi pensieri. Tutti i giorni ha attraversato la porta di casa entrando e uscendo ha girato lo sguardo altrove, indifferente; non un gesto, una briciola, una parola.

Non c’è peggiore omicida di chi dice all’altro: “Tu per me non esisti!”,  San Giovanni dice chiaramente: chi non ama è omicida (1 Gv 3,15).

L’altro, e soprattutto il povero, vanno amati e accolti. Il primo nostro dovere è quello di accorgerci degli altri, soprattutto del fratello più sfortunato. Un Santo particolarmente sensibile alle povertà umane affermava: «Se stai pregando e un povero ha bisogno di te, lascia la preghiera e vai da lui. Il Dio che trovi è più sicuro del Dio che lasci (san Vincenzo de Paoli)».

I Santi ci insegnano ad aprire il cuore, la mente a Dio e le mani al prossimo!

Qualcuno ritiene che il Paradiso o l’Inferno cominciano già qui in terra!

Esattamente una settimana fa abbiamo accolto l’immagine di San Nicola, l’amico dei poveri e degli ultimi in genere. Dovremmo chiederci: quale insegnamento ci ha consegnato da vivere?

Non dimentichiamo che ci stiamo apprestando a celebrare la memoria liturgica e la festa del nostro Santo Patrono San Girolamo, anche in questa circostanza dovremmo essere attenti a lasciarci illuminare e istruire da lui, per poi imitarlo nelle sue virtù.

Girolamo, un santo dal carattere difficile, irruento, e spesso anche polemico, scontroso di natura con un carattere per niente facile, ha dato, comunque, tanto alla cristianità con la sua testimonianza di vita e i suoi scritti. A lui si deve la prima traduzione ufficiale in latino della Bibbia, la cosiddetta Vulgata

La sua vita era stata una lunga serie di fughe e spostamenti. E magari si domandava con tristezza se le sue fossero fughe dalla realtà… 

GIROLAMO: CONSIGLIERE DEL PAPA

Nel 382 Papa Damaso (305-384) indice un incontro per dibattere sullo scisma meleziano di Antiochia. Girolamo vi è invitato, perciò torna a Roma. Lo accompagna la sua fama di asceta e di erudito, ragione per la quale il Pontefice lo sceglie come proprio segretario e consigliere e lo invita a intraprendere una nuova traduzione in latino dei testi biblici. Nella capitale Girolamo dà vita anche a un circolo biblico e avvia allo studio della Scrittura delle nobili romane. Le nobildonne, volendo intraprendere la via della perfezione cristiana e desiderose di approfondire la conoscenza della Parola di Dio, lo designano come loro maestro e guida spirituale.

Il suo rigore morale, tuttavia, non è condiviso dal clero e le severe regole da lui suggerite alle sue discepole sono ritenute troppo dure. Condanna vizi e ipocrisie e polemizza spesso anche con dotti e sapienti. Finisce per essere malvisto da molti, sicché, morto Damaso, decide di tornare in Oriente e nell’agosto del 385 si imbarca a Ostia per raggiungere la Terra Santa.

A Betlemme Girolamo può anche dedicarsi all’ascesi e all’assistenza dei bisognosi, alternando, come egli stesso scrive in più occasioni, la cura dei poveri e dei pellegrini con le ore di studio che riesce a strappare al sonno. 

IMMERSO TOTALMENTE NELLO STUDIO E NELLA MEDITAZIONE DELLE SACRE PAGINE DELLA SCRITTURA

Girolamo trascorre a Betlemme tutto il resto della sua vita, dedicandosi sempre alla Parola di Dio, alla difesa della fede, all’insegnamento della cultura classica e cristiana e all’accoglienza dei pellegrini. Muore nella sua cella, nei pressi della grotta della Natività, il 30 settembre probabilmente del 420.

Detestato ma anche amato.

Qualcuno ha detto che ai nostri giorni Girolamo avrebbe avuto difficoltà ad essere canonizzato dalla Chiesa a motivo del suo carattere poco, o per niente, empatico. Focoso ed impulsivo, la sua cocciutaggine era di quelle da far perdere la pazienza ai santi. Agostino di Tagaste ne seppe qualcosa.

Quando qualcuno, però, desiderava convertirsi o si rivolgeva a lui per consigli, sapeva anche essere incredibilmente delicato; ma se si cercava di trarlo in inganno su determinati argomenti della verità cristiana, subito diventava diffidente e scontroso, e allora non lo si poteva prendere né per le corna né per la coda. Eppure, nonostante questo suo carattere impetuoso e ostinato, è una delle figure più belle e luminose, oltre che tra le più amate, della storia della spiritualità occidentale. 

Ha lasciato alla cristianità un ricco patrimonio attraverso i suoi scritti: epistole, Lettere, commentari, omelie, trattati, opere storiografiche e agiografiche. È assai noto il suo De Viris Illustribus (con le biografie di 135 autori perlopiù cristiani, ma anche ebrei e pagani), che dimostra quanto la cultura cristiana fosse “una vera cultura ormai degna di essere messa a confronto con quella classica”. Da non dimenticare il suo Chronicon – la traduzione e rielaborazione in latino di quello in greco di Eusebio di Cesarea andato perduto – con la narrazione della storia universale, tra dati certi e miti, a partire dalla nascita di Abramo fino all’anno 325. Infine, ci sono molte epistole che lasciano trasparire la sua spiritualità e che sono ricche di consigli e profondi insegnamenti.

Girolamo (insieme ad Ambrogio, Agostino e Gregorio Magno) è uno dei quattro Padri della Chiesa d’Occidente proclamato dottore della Chiesa nel 1298 da Bonifacio VIII.

LA SCELTA DELLA SOLITUDINE NON LO ISOLÒ DAL MONDO

Benché fosse difficile dialogare con lui, tuttavia non si può dire di lui che è stato un narcisista e indifferente ai problemi e situazioni del suo tempo.

Non amava le mediocrità e le “mezze misure” e neppure accomodamenti di situazioni, e neppure le troppe parole che spesso si rivelavano prive di azioni e incoerenti sul piano comportamentale.

Non si può dunque dire di Lui che era un asettico e privo di sentimenti di emozioni e sentimenti. Forse selettivo sì! Volentieri si circondava di donne e uomini che desideravano intraprendere un serio discernimento e cammino spirituale di ascesi.

Tra i seguaci più noti abbiamo: Neponziano, Epifanio di Salamina e Paolino di Antiochia, e anche numerose donne come:Marcella, Paola, Eustochio, Fabiola, Lea, Asela e tante altre che conosciamo attraverso la sua corrispondenza e a cui sono dedicate molte sue opere.

L’INDIFFERENZA NELLA CULTURA CONTEMPORANEA

L’indifferenza è un sentimento o stato affettivo neutro, molto diffuso oggi, che spesso si associa a un’assenza di emozioni e vissuti e a una freddezza emotiva nella quale prevale un vuoto, una mancanza di interesse verso il mondo esterno.

Si osserva ma non si interviene né con le parole, né con le azioni.

L’indifferente continua sulla propria strada, non si smuove davanti alle richieste altrui, è distaccato e osserva ogni cosa senza coinvolgimento e attenzione.

Come direbbe uno scrittore, il rumeno di origine ebraica:

Sono molte le atrocità nel mondo e moltissimi i pericoli. Il male peggiore è l’indifferenza. Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza; […] il contrario dell’intelligenza non è la stupidità, ma l’indifferenza. È contro di essa che bisogna combattere con tutte le proprie forze. E per farlo un’arma esiste: l’educazione.

Bisogna imparare a conoscere ed allenare l’empatia per evitare “l’atrofia emotiva”.

Coraggio, responsabilità e sensibilità morale, sono doti da esercitare e mettere in pratica tutti i giorni, in ogni ambito della nostra vita, lavorativo e non solo.

L’indifferenza è un sentimento antisociale che fa percepire tutto ciò che è diverso da sé come minaccioso e pericoloso per la propria sicurezza, ti fa sentire invisibile agli occhi degli altri, le tue parole cadono nel vuoto o peggio ritornano come un’eco.

L’indifferenza, poi, genera:

  • L’ignavia che si manifesta attraverso comportamenti come la pigrizia, l’indolenza mentale e spirituale, la viltà. Gli ignavi non vogliono fastidi, non prendono una posizione netta a causa della propria cattiva coscienza che li porta a non volersi esporre facendo sentire la propria voce.

            Per gli ignavi è preferibile assumere una posizione di comodo, ampiamente        condivisa, senza porsi troppe domande e quando serve volgere lo sguardo altrove.

  • L’accidia che si manifesta attraverso comportamenti inerti, disinteressati, indifferenti verso ogni forma di azione ed iniziativa che generano stati d’animo come: noia, monotonia, senso di immobilità, vuoto interiore.
  • La viltà che pietrifica lo spirito. Per viltà si smette di agire, tendendo a rinchiudersi in sé. La viltà deforma la percezione della realtà, trasformando il mondo in un luogo inospitale dove aggirarsi con sospetto e diffidenza.

L’indifferenza fa dire all’altro (esplicitamente o silenziosamente): Ma che vuoi? Tu per me non esisti!

Quando decidi di chiudere il tuo cuore all’esistenza di fatto non permetti alla sofferenza di entrare nella tua vita ma nello stesso tempo, chiudi la porta anche alla gioia, allo scambio, alla possibilità di andare oltre te stesso, verso la felicità. Tale atteggiamento porta l’individuo a  sottomettersi all’opinione comune, al potere del più forte, finendo con  l’annullarsi, svilirsi come essere umano.

Sottomettersi significa perdere la propria energia vitale per donarla a qualcun altro. Ti fa sentire umiliato, impotente, di fronte a chi esercita il proprio potere su di te.

Stati d’animo come empatia, attenzione all’altro, prosocialità sono a fondamento dell’umanità. Decidere di ignorare queste pulsioni dell’anima rende anaffettivi, distaccati, incapaci di riconoscersi nell’altro.

L’anaffettività può sfociare in comportamenti patologici e/o criminali.

Per un soggetto anaffettivo l’incapacità di mostrare reazioni affettive può avere diverse origini:

  • Privazione affettiva nella prima infanzia
  • Abbandono
  • Maltrattamento
  • Abuso

La psicologia dello sviluppo insegna che chi nell’età infantile non ha conosciuto il linguaggio dell’amore espresso in cure, attenzioni, gesti, parole, sguardi e abbracci, crescendo non sa manifestare certe attenzioni quando si relaziona con gli altri.

Per queste persone l’empatia è un sentimento difficile da sentire e riconoscere poiché gli è impossibile mettersi nei panni altrui condividendone le esperienze emotive.

Urge uscire dal gelo dell’indifferenza

Uscire dal gelo dell’indifferenza sociale è possibile solo comprendendo il valore della condivisione, quel sentirsi parte attiva e pulsante del corpo sociale.

“Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto” (Thomas Merton).

Per uscire dal sonno dello spirito insito nell’indifferenza sono fondamentali 2 azioni prosociali:

  1. Prendere consapevolezza di sé e di conseguenza delle altre persone
  2. Assumersi le proprie responsabilità

San Paolo direbbe: “Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui” (1 Corinzi 12,26).

Diventare responsabile di sé e degli altri è il cammino da percorrere, con una certa urgenza, quando ci si accorge di essere evasori dalla quotidianità, dai pantani della vita, quando si profilano catene di doveri da espletare e le pareti del nostro “io” ci imprigionano.

Reimparare a vivere “per” e “con” gli altri è l’unica strada per rendere il mondo in cui viviamo un luogo migliore e per sentirti a casa ovunque ci si trovi e sperimentare, così, una Pace interiore da trasmettere anche a chi ci sta accanto.

Sac. Pasquale  Zecchini

Meditazione Venerdì Santo 2025

La tunica indivisa e la rete che non si spezza

«La tunica di Cristo fatta a pezzi dalle divisioni nella Chiesa»

La tunica “di Cristo”, conservata a Treviri

La Passione secondo Giovanni domina il Venerdì Santo.

Nel suo Vangelo l’apostolo usa due volte soltanto il verbo schízo, dividere: per descrivere la tunica di Gesù, durante la passione, e la rete di Pietro, dopo la risurrezione.

Tutte e due sono indivisibili. La traduzione italiana non lascia vedere l’impiego dello stesso verbo, come invece nel greco: della tunica è detto che era tutta d’un pezzo e quindi i soldati decisero di non dividerla; della rete di Pietro si dice che non si strappò. In ambedue i casi nessuna divisione, nessuna schizofrenia.

La tradizione ha visto nella tunica indivisa di Gesù il simbolo della Chiesa. Le vesti furono divise in quattro parti, scrive Agostino, a indicare che la Chiesa è diffusa ai quattro venti. La tunica non viene stracciata perché la Chiesa, cattolica e sparsa nel mondo, rimane sempre una.

“Questo mistero dell’unità – scrive san Cipriano – questo vincolo della concordia… viene raffigurato quando nel Vangelo la tunica del Signore Gesù Cristo non viene affatto divisa né stracciata… Non può possedere le vesti di Cristo colui che scinde e strazia la Chiesa di Cristo… Col mistero della tunica e col simbolo di essa, Cristo raffigurò l’unità della Chiesa”.

Similmente accadde alla rete di Pietro durante la pesca miracolosa dopo la risurrezione. Aveva pescato 153 grossi pesci, tuttavia la rete non si strappa, rimane unita, proprio come la Chiesa.

Noi, invece, con i nostri comportamenti, finiamo col ferire la fraternità e la comunione ecclesiale!

Si potrebbe dire che la tunica di Cristo è stata fatta a pezzi dalle divisioni tra le Chiese, ma quel che non è meno grave è che ogni pezzo della tunica è spesso diviso, a sua volta, in altri pezzi. La constatazione delle nostre divisioni, piuttosto che ad un atteggiamento di rassegnazione, deve spingerci con più forza a risanarle.

Come possiamo notare, dunque, la “cattiva condotta” o il “tradimento” non è solo opera di Giuda o di Pietro!

Una sorte di esame di riparazione si addice ai due “Traditori”, ma anche a ciascuno di noi (chi più, chi meno).

Ma sappiamo che per Giuda non si può fare più nulla, mentre Pietro può ancora “redimersi”.

Santa Teresa del Bambino Gesù faceva riferimento alla vita di Pietro in questi termini: «Capisco benissimo che San Pietro sia caduto. Il povero San Pietro confidava in sé stesso invece di confidare unicamente nella forza di Dio (…). Sono convinta che se San Pietro avesse detto umilmente a Gesù: “Concedimi la forza di seguirti fino alla morte”, l’avrebbe ottenuta immediatamente (…). Prima di governare tutta la Chiesa, che è piena di peccatori, gli conveniva constatare nella sua stessa persona quanto poco l’uomo può fare senza l’aiuto di Dio» (Santa Teresa del Bambino Gesù, Ultimi colloqui, 7-VIII-1897).

Non dimentichiamo mai che sulla Croce Gesù ha “canonizzato” un peccatore convertito, “Oggi sarai con me in Paradiso”, e per tutti ha chiesto misericordia: “Padre, perdona loro, non sanno quello che fanno”.

don Pasquale

Meditazione Giovedi Santo 2025

 IN QUA NOCTE TRADEBÁTUR

Il Tradimento è un uragano che sradica tutto ciò che si è costruito

Tra i momenti più commoventi del Giovedì Santo c’è il tradimento di Giuda Iscariota, uno dei dodici apostoli scelti da Gesù. Giuda non era nato traditore e non lo era al momento di essere scelto da Gesù, lo divenne! Perché lo divenne? I vangeli – le uniche fonti attendibili che abbiamo sul personaggio – parlano di un motivo molto più “terra-terra”: il denaro.

A Giuda era stata affidata la borsa comune del gruppo; in occasione dell’unzione di Betania aveva protestato contro lo spreco del profumo prezioso versato da Maria sui piedi di Gesù, non perché gli importasse dei poveri, fa notare Giovanni, ma perché “era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro” (Gv 12,6).

La sua proposta ai capi dei sacerdoti è esplicita:

“Quanto siete disposti a darmi, se io ve lo consegno? Ed essi gli fissarono trenta sicli d’argento” (Mt 26, 15).

“L’attaccamento al denaro – dice la Scrittura – è la radice di tutti i mali” (1 Tm 6,10).

Dietro ogni male della nostra società c’è il denaro, o almeno c’è anche il denaro.

Per trenta denari vende il Maestro ai suoi nemici.

Dante mette all’inferno i traditori dell’amicizia, i traditori dei parenti, i traditori dell’umanità. Li mette nel lago ghiacciato del Cocito, il lago ghiacciato dell’inferno. Tra questi traditori vi è l’Iscariota, che troviamo nel XXXIV canto dell’Inferno:

“‘Quell’anima là sù c’ha maggior pena’, disse ‘l maestro, ‘è Giuda Scariotto, che ‘l capo ha dentro e fuor le gambe mena’”.

 Nel punto più basso dell’inferno c’è il ghiaccio, la freddezza, il calcolo. Il fuoco a dire il vero è in Paradiso, nel punto più alto.

Il tradimento di Giuda, tuttavia, non fu un atto impulsivo, ma premeditato. I Vangeli raccontano che Satana entrò in lui (Luca 22,3), suggerendo che il suo cuore si era gradualmente allontanato da Gesù. Sebbene Giuda fosse stato testimone dei miracoli e avesse ascoltato gli insegnamenti di Cristo, permise all’ambizione, alla delusione o alla disillusione di condurlo su un sentiero oscuro.

La vicenda di Giuda ci insegna che tutti siamo capaci di peccare, di allontanarci da Dio e di tradire ciò che amiamo di più. Giuda non era un mostro, ma un essere umano fallibile, come ognuno di noi.

Tutto l’Antico Testamento è disseminato di tradimenti, Caino e Abele, Giacobbe ed Esaù, Giuseppe venduto dai fratelli….

Tradimento originario fu quello che affonda le sue radici fin dall’inizio della storia salvifica, quando Adamo ed Eva si voltarono contro Dio.

Violando la fiducia di Dio, il tradimento come un uragano sradica tutto ciò che avevano costruito, portando con sé un senso di perdita e di peccato che anche oggi attanaglia la felicità delle coppie e della convivenza umana.

Il Tradimento è il rifiuto dell’amore. Certamente ci sarà stato un tempo in cui anche Giuda ha amato Gesù, ma non sappiamo il perché e il quando di questa interruzione di esperienza di amore di Giuda nei confronti del suo Maestro. Tuttavia, siamo certi che, come il giovane ricco, mai Gesù ha smesso di amare Giuda, “Eterno è il suo amore per noi” (Salmo 136).

Agli occhi di Gesù, Giuda rimane un amico.

Chi è l’amico? È il tu di me sul quale posso sempre contare.

Uno scrittore come Christiansen afferma:

“Non siamo mai davvero soli, quando si ha un amico. Un amico sta ad ascoltare quello che tu dici e cerca di comprendere ciò che non riesci a dire”.

Don Primo Mazzolari, in una Settimana Santa, tenne una predica dedicata proprio a Giuda “nostro fratello”. «Povero Giuda – aveva esordito il sacerdote – che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. È uno dei personaggi più misteriosi che noi troviamo nella passione del Signore. Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda. Non vergognatevi di assumere questa fratellanza. Io non mi vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore, e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui

Gesù non si arrende e tenta fino all’ultimo di liberare Giuda da questa sua possessione diabolica. Nonostante il Maestro, come espressione d’amore, nell’Ultima cena abbia lavato i piedi al discepolo, il suo gesto è stato inutile. Ha lavato i piedi a tutti, ma non tutti sono puri (Gv 13,9) e Giuda rimane nell’impurità totale (“Satana entrò in lui”, Gv 13,27). Questo è un richiamo anche per noi se prendiamo parte ai sacri riti solo per adempiere a un precetto e tacitare le nostre coscienze, senza permettere alle preghiere, gesti, canti e parole di scalfire e convertire i nostri cuori con una rinnovata condotta di vita da intraprendere di conseguenza.

Nella vita quotidiana, anche noi possiamo cadere in atteggiamenti che ci allontanano da Dio: la menzogna, l’invidia, l’egoismo, l’indifferenza verso la sofferenza degli altri. Il tradimento di Giuda ci invita a esaminare il nostro cuore e a chiederci: in quali momenti ho tradito i miei valori, la mia fede o le persone che amo, la Chiesa, la mia comunità parrocchiale?

Anche oggi si può giungere a criticare, contestare la Chiesa, la propria comunità parrocchiale, adducendo motivazioni subdole che mascherano i veri motivi come la mancata conquista del “palcoscenico tutto per sé”, riducendo gli altri a muti ascoltatori e adoratori di qualche leader di turno.  

Di fronte all’approssimarsi del tradimento, Gesù indica, nel corso dell’Ultima Cena, come il traditore non sia fuori di noi ma dentro di noi, tra noi, uno di noi, prossimo a noi. Ha mangiato con noi, ha condiviso con noi la tavola: «La mano di colui che mi tradisce – dice Gesù – è con me, sulla tavola» (Lc 22,21). “Cosa c’è di più intimo del mangiare nello stesso piatto, del mangiare insieme, del condividere la stessa tavola? […] Il traditore mangia nello stesso piatto del Maestro; si è nutrito della sua parola, ha beneficiato del suo insegnamento, ha condiviso la stessa tavola. E ora vuole distruggere il suo maestro, sputa sulla parola che lo ha formato, non mostra alcuna gratitudine per quello che ha ricevuto, non riconosce alcuna forma di debito”(Cf. Massimo Recalcati, “La notte del Getsemani”, Einaudi, Torino, 2019, pp. 33-34-35). Un fatto mi sembra più che certo: Cristo poteva vendicarsi, ma ci ha reso felici insegnandoci il perdono. Donandoci la Resurrezione.

don Pasquale

PREGHIERA

Dio onnipotente ed eterno,
che hai dato come modello agli uomini
il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore,
fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce,
fa’ che abbiamo sempre presente
il grande insegnamento della sua passione,
per partecipare alla gloria della risurrezione.
Egli è Dio, e vive e regna con te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

-dalla Liturgia-

“Il tradimento di Giuda”

Di fronte all’approssimarsi del tradimento, Gesù indica, nel corso dell’ultima cena, come il traditore non sia fuori di noi ma dentro di noi, tra noi, uno di noi, prossimo a noi. Ha mangiato con noi, ha condiviso con noi la tavola: «La mano di colui che mi tradisce – dice Gesù – è con me, sulla tavola» (Lc 22,21). Cosa c’è di più intimo del mangiare nello stesso piatto, del mangiare insieme, del condividere la stessa tavola? […] Il traditore mangia nello stesso piatto del Maestro; si è nutrito della sua parola, ha beneficiato del suo insegnamento, ha condiviso la stessa tavola. E ora vuole distruggere il suo maestro, sputa sulla parola che lo ha formato, non mostra alcuna gratitudine per quello che ha ricevuto, non riconosce alcuna forma di debito.

Massimo Recalcati, “La notte del Getsemani”, Einaudi, Torino, 2019, pp. 33-34-35

Omelia Veglia di Pasqua 2024

Una Chiesa che corre per annunciare la gioia del Vangelo

La Chiesa giovane che Papa Giovanni Paolo II sognava per il nostro secolo è una Chiesa non statica ma dinamica, che corre e non ha paura perché porta al mondo l’annuncio, di un Dio che ci accompagna e ci segue sempre…

Questa è la Chiesa della Veglia nella Pasqua di Risurrezione del Signore, madre di tutte le Sante veglie, come la definì sant’Agostino, che si apre alla gioia di un nuovo inizio, perché il nostro Dio, facendo Risorgere Suo Figlio offre a ciascuno di noi nuove opportunità vi vita e di percorso.

Di buon mattino alla tomba di Cristo va Maria di Magdala, inconsolabile perché il Maestro che lei seguiva con amore è stato barbaramente ucciso. L’autore del Quarto Vangelo ci dice che quando lei si reca al sepolcro era ancora buio e, come fa di solito, non vuole darci una indicazione solo temporale, ma esistenziale dell’episodio che ci sta narrando: vuole dirci che nel cuore di Maria e in quello degli apostoli c’era ancora l’oscurità dell’incomprensione per quello che era accaduto a Gesù.

Maria trova la pietra che copriva il sepolcro ribaltata e corre subito ad avvisare gli apostoli Pietro e Giovanni, portando la sua interpretazione dell’accaduto: hanno portato via il corpo di Gesù e non sa dove lo hanno deposto. I due correvano: è bella l’immagine di questi due uomini che si recano in fretta e ci dicono il desiderio di conoscere la verità.

La Pasqua richiede che mettiamo ali ai nostri piedi per Correre come i due apostoli

Anche nel buio più fitto brilla la stella del mattino

Nella Veglia di Pasqua del 2022 Papa Francesco nella sua Omelia diceva:

“Facciamo Pasqua con Cristo! Egli è vivo e ancora oggi passa, trasforma e libera. Con Lui il male non ha più potere, il fallimento non può impedirci di ricominciare, la morte diventa passaggio per l’inizio di una vita nuova. Perché con Gesù, il Risorto, nessuna notte è infinita; e anche nel buio più fitto, in quel buio brilla la stella del mattino” (16 aprile 2022).

“Com’è bella una Chiesa che corre per le strade del mondo col desiderio di portare a tutti la gioia del Vangelo. A questo siamo chiamati: a rotolare quella pietra dal sepolcro, in cui spesso abbiamo sigillato il Signore, per diffondere la sua gioia nel mondo” (22 aprile 2022).

Si questo è quanto auguro in questa notte gioiosa a tutti voi: essere portatori di gioia e di speranza nel mondo e ora continuiamo questa celebrazione adempiendo a quanto ho cantato nel bellissimo testo dell’Exultet:

“E questo tempio tutto risuoni per le acclamazioni del popolo in festa!”.

don Pasquale

Omelia Venerdì Santo 2024

La saggezza delle lacrime

Una Chiesa che condivide le lacrime della gente

Nel Vangelo di Luca Gesù dice alle figlie di Gerusalemme che piangono alla sua vista: “Non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli” (Lc 23, 28).

Vorrei dedicare la meditazione di questa sera sull’importanza delle lacrime, ossia del piangere.

«Solamente quando Cristo ha pianto ed è stato capace di piangere ha capito i nostri drammi». Da qui si comprende perché «certe realtà si vedono soltanto con gli occhi puliti dalle lacrime» (Papa Francesco)

Piangere riveste una dimensione tipicamente umana e inesorabile, quella della sofferenza, che non risparmia nessuno. Nasciamo piangendo.

Il significato delle lacrime nel mondo antico

Nel mondo antico piangere non significava dimostrarsi deboli, il pianto era considerato anzi manifestazione profonda dei propri sentimenti di dolore, frustrazione, nostalgia. Le lacrime sgorgano dal cuore:

Le lacrime ricorrono costantemente nella Bibbia, nell’Antico e nel Nuovo Testamento, investendo una gamma di sentimenti talmente ampia da risultare inimitabile nelle altre fonti. Il pianto investe uomini e donne di ogni condizione. Sono lacrime di pentimento, di supplica, di consolazione, di angoscia ma anche di condanna, quando Gesù allude al destino riservato ai dannati che andranno là dove vi sarà “pianto e stridore di denti” (Mt 13,42). Le lacrime sono al centro del libro delle Lamentazioni. Nei Salmi, in particolare, le lacrime sono effetto del pentimento o della consolazione. Dio raccoglie le lacrime di ciascuno in un otre e non ne perde neppure una (56,9) e qui riecheggiano le parole dell’Apocalisse: “…ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate” (21, 3-4).

Anche Gesù ha pianto

Maria Maddalena piange quando lava i piedi di Gesù con le sue lacrime e piange Pietro quando al cantar del gallo realizza il suo tradimento. Le lacrime più preziose sono certamente quelle della Vergine: quelle di una madre per il Figlio e per ciascuno dei suoi figli.

Anche Gesù piange, accogliendo in sé ogni aspetto dell’essenza umana, partecipandone fino in fondo.

Molti santi hanno avuto il dono delle lacrime, rivivendo le emozioni che furono di Gesù stesso, il quale non trattenne o nascose le lacrime sulla tomba dell’amico Lazzaro, alla vista del dolore di Marta e Maria, o alla vista di Gerusalemme nei suoi ultimi giorni terreni.

Nei Vangeli non si parla mai del riso di Gesù, ma del suo pianto sì. Papa Francesco ha ricordato i passi dei Vangeli in cui il Signore piange: nel Vangelo di Giovanni (11,32-44) sull’amico Lazzaro; in Luca (19,41) mentre si avvicina a Gerusalemme e ne profetizza la distruzione; in Matteo (26, 36-46) e Marco (14, 32-42), durante la preghiera e l’agonia nel Getsemani, Gesù manifesta la sua angoscia e la tristezza senza pianto, mentre nella Lettera agli Ebrei 5,7 si parla di “forti grida e lacrime”.

Le lacrime, dimensione tipicamente umana.

Ciascuno di questi tre momenti sono resi in modo diverso nel testo greco. Nell’episodio di Lazzaro Gesù versa lacrime in un pianto silenzioso.

Le lacrime, come scrive il monaco copto Matta El Meskin, sono il segno del pentimento, il pegno della conversione. Lavano il cuore, purificano le membra, guariscono l’anima malata.

Il penthos, la contrizione, le lacrime sono il segno che il cuore di pietra si sbriciola, si frantuma e lascia pulsare un cuore di carne, capace di accogliere la tenerezza misericordiosa di Dio. Per questo le lacrime erano ritenute dai padri della Chiesa come un “secondo battesimo”, una purificazione del cuore, un’attestazione di amore verso il Signore, una domanda di riconciliazione e perdono. Non saper piangere il peccato commesso era ritenuto un impedimento alla grazia e per questo, ancora nei libri di preghiere affidati alla mia generazione, vi era una preghiera “per ottenere il dono delle lacrime”. Le lacrime, infatti, sciolgono il cuore di pietra e vincono l’aridità che ci rende rigidi, sterili e incapaci di compassione: versare lacrime umanizza, mentre non saper piangere è disumano. Nella vita spirituale cristiana occorre dunque accogliere l’esperienza delle lacrime, del pianto quale pentimento per il proprio operare. Isacco il Siro scrive in proposito: “Le lacrime versate durante la preghiera sono un segno della misericordia di Dio della quale l’anima è stata ritenuta degna nel suo pentimento: il pentimento è accolto e la preghiera attraverso le lacrime purifica, lava da ogni peccato commesso”.

Il dono delle lacrime non è solo quando gli occhi piangono, ma anche quando a piangere è il cuore. Il nostro cuore si commuova davanti alla presenza del Signore. Chi si comunica tra le lacrime fa esperienza della guarigione interiore.

La psicoanalista Julia Kristeva, non credente, diceva che quando un paziente depresso arrivava a piangere sul divano, accadeva una cosa molto importante: stava cominciando a prendere le distanze dalla tentazione del suicidio perché le lacrime non narrano il desiderio di morire ma “la nostra sete di vita.

Piangere quindi fa bene ma prima è necessario imparare a piangere davvero e smettere di frignare!

Il nostro tempo sembra attraversato da due estremi. Un’aridità totale che chiude le persone in se stesse, le rende addirittura ciniche, indifferenti a chi soffre e ha bisogno di aiuto. Niente ci commuove, dobbiamo prima pensare a noi stessi, alle nostre esigenze, ai nostri problemi. Da questa mancanza di lacrime si passa talvolta agli occhi lucidi guardando un film o una telenovela, seguendo in tv e sui giornali il racconto di una tragedia a lieto fine come quella dei ragazzi thailandesi salvati dopo 18 giorni in una grotta.

Non che ci sia nulla di male in questo genere di lacrime, che rischiano però di essere fittizie. Ma ci sono anche quelle finte, le cosiddette lacrime di coccodrillo, versate per ottenere qualcosa. E ci sono le lacrime vere, che i padri della Chiesa definivano «un dono».

Le lacrime che partono dal cuore significano uscire dall’anestesia, sono il risveglio della sensibilità, della capacità di patire e di compatire».

PREGHIERA PER OTTENERE IL DONO DELLE LACRIME

O Dio onnipotente e mitissimo, che hai fatto scaturire dalla roccia una fonte d’acqua viva per il popolo assetato, fa uscire dalla durezza del nostro cuore lacrime di pentimento: affinché possiamo piangere i nostri peccati e meritare, per Tua misericordia, la loro remissione.

don Pasquale