Omelia Mercoledì delle Ceneri 2024

14.02.2024

“memento mori”

Prima di morire bisogna innanzitutto vivere!

Il coraggio di vivere

La liturgia di questo inizio quaresima si mostra crudele e spietata nel ricordare le nostre origini e prospettare il nostro destino che ben conosciamo: RICORDA CHE VIENI DALLA POLVERE E ALLA POLVERE RITORNERAI!

Non c’è dubbio che la nostra cultura occidentale abbia rimosso il pensiero della morte.

Parlare di morte sembra essere diventato argomento “stonato e osceno”. Parlare di sesso sembra esse diventato normale e legale, parlare di morte sembra essere argomento da “pornografia”.

Nella nostra società, dunque, la morte è un tema spesso rimosso e dimenticato, sostituito dall’idea illusoria di crescita infinita e quindi immortalità.

A guardar bene, la vita ci è data per imparare a vivere e a morire.

Che strano: non abbiamo chiesto e deciso noi di venire al mondo e ci costa e scoccia parecchio doverlo lasciare…

Dovremmo comprendere tutti che ogni giorno è un regalo che viene fatto e non ce ne accorgiamo perché ci è dato anche di stare bene (anche se può capitare che qualcuno, per natura, dice sempre di non stare totalmente bene). Diventare consapevoli della nostra mortalità è quindi un esercizio indispensabile per imparare davvero a vivere e a godersi il viaggio meraviglioso della vita.

In ogni caso rimane il fatto che la morte rimane una matrigna o una sorellastra che non si vorrebbe mai incontrare e averci a che fare!! Anche Gesù ha paura della morte nel Getsemani (Lc 22,44) ha provato angoscia come tutti noi.

Nel corso della nostra esistenza, il Signore ci riempie di doni. I Vangeli ci parlano di Talenti (o mine) che il Signore distribuisce in numero differente, l’importante è impiegare questi talenti per se e per gli altri.

Non c’è peggior tristezza che chiudersi in sé stessi, nell’orizzonte della propria esistenza e del proprio egoismo. Non c’è peggior tristezza che arrivare alla fine della vita e accorgersi di non aver vissuto (cf. S. Olianti,Il coraggio di vivere, Oltre le paure che ci abitano, EMP, p.68) per limiti personali o per quanto dipeso dal di fuori di noi, da chi finisce col decidere arbitrariamente circa il nostro futuro e il nostro destino così come Primo Levi narra nel suo testo Se questo è un uomo scritto di getto tra il 1945 e il 1947, scritto, come ha affermato l’autore stesso, nella prefazione del libro, per soddisfare “il bisogno di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi” l’esperienza della sua deportazione nel Lager di Auschwitz in quanto ebreo.  Primo Levi scrive questo libro subito dopo essere rientrato a Torino nell’ottobre del 1945 sopravvissuto alla prigionia, obbedendo all’esigenza di far conoscere a tutti l’esperienza atroce dell’internamento.

Considerare e contemplare la propria mortalità può portare a coltivare un profondo senso di gratitudine e di apprezzamento nei confronti della vita. Se queste sono le premesse, occorre allora ribadire che la liturgia odierna ci vuole ricordare anche che: prima di morire bisogna innanzitutto vivere!

Unitamente al richiamo del tempus fugit, il memento mori divenne, inoltre, il motto dei monaci trappisti, che in questo modo ricordavano la caducità del tempo presente e l’imminenza del giudizio particolare per la vita o la morte eterna.

ll concetto di memento mori ci ricorda costantemente la transitorietà di ogni cosa, inclusi gli affetti più cari. Questa consapevolezza può guidarci verso legami interpersonali più profondi e autentici. Ci spinge a valorizzare le nostre relazioni, a superare le piccole incomprensioni e a manifestare con maggior libertà amore e gratitudine. Quando riconosciamo l’impermanenza della vita, diventiamo più bravi a coltivare i nostri legami con gli altri.

La contemplazione della morte ci incoraggia anche a considerare l’eredità che potremmo lasciare in futuro, e quindi quello che sarà il nostro impatto sul mondo, come saremo ricordati. Grazie a questo siamo motivati a lasciare un segno che sia positivo nel mondo, e lo faremo dando un contributo alla società e alle generazioni successive.

Il coraggio di decidere

L’emblema dell’incapacità di scegliere è il governatore Pilato!

Sarà meglio decidere e agire correndo il rischio di sbagliare per poi correggersi, che attendere passivamente per paura di sbagliare o di non essere perfetti. Per migliorare te stesso e la tua vita dovrai essere disposto a fare ciò che altri non sono disposti a fare.

Il Papa nel Messaggio per questa Quaresima Attraverso il deserto Dio ci guida alla libertà

Chiediamoci: desidero un mondo nuovo? Sono disposto a uscire dai compromessi col vecchio.

Papa Francesco è convinto che oggi va denunciato è un deficit di speranza….

Dio non si è stancato di noi.

Accogliamo la Quaresima come il tempo forte in cui la sua Parola ci viene nuovamente rivolta: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile» (Es 20,2). È tempo di conversione, tempo di libertà….È tempo di agire, e in Quaresima agire è anche fermarsi. Fermarsi in preghiera, per accogliere la Parola di Dio, e fermarsi come il Samaritano, in presenza del fratello ferito. L’amore di Dio e del prossimo è un unico amore. Non avere altri dèi è fermarsi alla presenza di Dio, presso la carne del prossimo. Per questo preghiera, elemosina e digiuno non sono tre esercizi indipendenti, ma un unico movimento di apertura, di svuotamento: fuori gli idoli che ci appesantiscono, via gli attaccamenti che ci imprigionano. Allora il cuore atrofizzato e isolato si risveglierà. Rallentare e sostare, dunque…. La forma sinodale della Chiesa, che in questi anni stiamo riscoprendo e coltivando, suggerisce che la Quaresima sia anche tempo di decisioni comunitarie, di piccole e grandi scelte controcorrente, capaci di modificare la quotidianità delle persone e la vita di un quartiere.

don Pasquale

Dedicazione San Girolamo – Omelia

Viviamo un giorno di grande gioia in cui rendere grazie al Signore. Il lungo tempo intercorso dall’inizio della sua progettazione sino ad oggi rendono la festa ancora più sentita. Tanti sacrifici e tanta attesa oggi trovano coronamento in questa liturgia splendida e ricca di luce divina.

Tradurre nella vita la simbologia di questo tempio, che si radica tra le case degli uomini per essere spazio di grazia,è la sfida che ci attende come comunità.

San Girolamo prima di essere un tempio, un edificio sacro, è stato pensato e desiderato alla viglila degli anni ‘60, dall’arcivescovo Nicodemo, come realtà dove edificare una comunità, che nell’amore vicendevole,creasse spazi di vicinanza e di comunione, in un territorio periferico della città, in continua espansione

È nei primi anni 90 che prende corpo la decisione di dare vita ad una Chiesa ampia che risponda alle esigenze del territorio. Sarà l’arcivescovo Cacucci a istruire la pratica e ottenere i regolari permessi per avviare i lavori che oggi trovano il loro completamento.

Tanti sono i nomi da ricordare per il molto o per il poco donato, ma la gratitudine per ciascuno la versiamo nel Calice della benedizione perché tutto risplenda  della gloria di Dio e si attesti come un’autentica Eucaristia offerta al Padre.

​Vivere questa liturgia è immergersi nella simbologia dei riti che parlano da sé e ci conducono a comprendere, nella loro ricchezza, come questo spazio che dedichiamo al Signore sia spazio generativo per la nostra vita, spazio dove Dio desidera incontrarci e accompagnare il cammino di donne e di uomini, rendendolo fecondo e generativo di vita per tutti.

​Questa chiesa non vuole essere uno spazio asfittico, chiuso, ma realtà aperta in cui ogni uomo, ogni donna possano trovare un respiro di vita e, nell’incontro con Dio e i fratelli, sentirsi accolti e amati.

La solennità che celebriamo ha in sé un atto, quello del dedicare una chiesa, ma cosa vuol dire? 

​Immaginiamo la nostra vita e pensiamo a quante volte parlando di qualcuno o qualcuna abbiamo detto: “quella è una persona dedicata alla famiglia, al suo lavoro, ai figli, alla casa”; intendendo sottolineare un amore privilegiato, direi esclusivo, per un determinato compito che viene avvertito come una missione caratterizzante la propria vita.

​Ebbene oggi dedicando la chiesa e il suo altare, indichiamo questo spazio come realtà sacra, casa di salvezza e di grazia, proprio come abbiamo affermato nell’orazione colletta che ci ha introdotto:

Dio onnipotente ed eterno,

effondi su questo luogo la tua grazia,

e concedi il dono del tuo aiuto a coloro che qui ti

invocano, perché la forza della tua parola e dei sacramenti

confermi nella fede il cuore di tutti i fedeli

Carissimi, stiamo vivendo un momento in cui siamo protagonisti e non spettatori, le pietre che disegnano e significano questo spazio ci richiamano la nostra vita di fede in maniera eloquente e meravigliosa.

Il fonte battesimale, l’ambone, l’altare, la sede della presidenza, ci parlano di un cammino da personalizzare,in cui riscoprire la nostra identità di credenti chiamati a divenire il vero tempio dello Spirito in cui il Signore desidera abitare, così come ci ha ricordato la liturgia della parola attraverso l’apostolo Paolo:

Fratelli, voi siete edificio di Dio.

Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come

un saggio architetto io ho posto il fondamento; un

altro poi vi costruisce sopra.

Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti

nessuno può porre un fondamento diverso da

quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo.

La liturgia che stiamo vivendo ci riporta a Gesù Cristo e, se la preghiera di Dedicazione che stiamo per elevare a Dio ne è il cuore, la celebrazione del sacrificio di Cristo santificherà questo altare e la chiesa, nella quale siamo raccolti.

Resi santi dall’amore di Dio in Cristo siamo chiamati a santificare il mondo. Il Crisma che scenderà copioso sull’altare santificandolo, santifica tutta la chiesa non solo nelle sue mura ma in ogni fedele che oggi partecipa a questa liturgia e che qui si ritroverà per vivere con i fratelli la sua lode al Signore.

Lasciamoci travolgere dalla grazia e, inebriati dal profumo del crisma, viviamo con ardente amore e trasporto il mistero eucaristico, per risorgere a vita nuova e testimoniare la vita santa del Vangelo.

Diveniamo pietre vive e uniti a Cristo, pietra angolare,edifichiamo il tempio vivo di Dio.

Diveniamo Chiesa nella capacità di lasciarci trasformare dalla Parola e dalla grazia dei sacramenti, imparando a camminare insieme verso il Signore che viene.

Don Tonino Bello affermava: 

Se segniamo il passo, è perché ci manca il conforto di compagni di strada. Non ci sentiamo strumenti inseriti nella coralità di una orchestra.

Eseguiamo, forse anche alla perfezione, ognuno il proprio spartito: ma i suoni si accavallano senza comporsi mai nell’armonia del concerto. Diamo prove di bravura personale, ma non di organicità collettiva. Esibiamo scampoli di virtuosismo, ma non prove di virtù, con il risultato tragico che spesso sperimentiamo: ogni volta che si annulla l’avverbio “insieme”, si annulla anche il verbo “camminare”.

È bene ricordare che, per noi Chiesa, quell’insieme non è solo una condizione ineludibile per camminare, ma esprime un modo sostanziale per “essere”. Se l’albero è la Trinità, mistero di comunione, la Chiesa, che su questo albero matura, non può vivere la disgregazione delle persone, altrimenti non è Chiesa.

Appartenere alla Chiesa non significa occupare spazi o rivendicare ruoli, bensì vivere la stessa passione che Cristo ha avuto per l’uomo, per le sue potenzialità e le sue fragilità, per le sue speranze e le sue attese.

Auguri Comunità di San Girolamo… Sii Chiesa di Cristo!

E così sia

Omelia festa s. Girolamo 30 settembre 2023

S. GIROLAMO: AMANTE DELLA VERITÀ E DELLA SACRA SCRITTURA

Quando diciamo che: “Anche i Santi hanno perso la pazienza” non è un modo di dire ma sacrosanta verità ravvisabile nel nostro Santo Patrono Girolamo. Scontroso e dal carattere difficile, intento a condannare vizi e ipocrisie e a polemizzare spesso anche con dotti e sapienti, Girolamo, uomo irruento, spesso polemico e litigioso, era detestato ma anche amato. Sicché, morto Damaso, decide di stabilirsi in Terra Santa, seguito poi da alcuni monaci suoi fedeli e da un gruppo di sue seguaci, fra cui la nobildonna Paola con la figlia Eustochio. Intraprende un pellegrinaggio, raggiunge l’Egitto poi si ferma a Betlemme, dove apre una scuola offrendo il suo insegnamento gratuitamente. Grazie alla generosità di Paola, vengono poi costruiti un monastero maschile, uno femminile e un ospizio per i viaggiatori in visita ai luoghi santi.

Il ritiro a Betlemme

Girolamo trascorre a Betlemme tutto il resto della sua vita, dedicandosi sempre alla Parola di Dio, alla difesa della fede, all’insegnamento della cultura classica e cristiana e all’accoglienza dei pellegrini. Muore nella sua cella, nei pressi della grotta della Natività, il 30 settembre probabilmente del 420. Non era facile dialogare con lui, eppure ha dato tanto alla cristianità con la sua testimonianza di vita e i suoi scritti. A lui si deve la prima traduzione in latino della Bibbia, la cosiddetta Vulgata – con i Vangeli tradotti dal greco e l’Antico Testamento dall’ebraico – che ancora oggi, pur se revisionata, è il testo ufficiale della Chiesa di lingua latina. Quella Parola, così tanto studiata, e commentata, si è pure “impegnato a viverla concretamente”, ha detto Benedetto XVI, che a Girolamo ha dedicato due catechesi alle udienze generali del 7 e del 14 novembre 2007.

“Ignorare le Scritture significa ignorare Cristo”  (SAN GIROLAMO-Prol. al commento del Profeta Isaia)

In tale circostanza il Pontefice si chiedeva: “Che cosa possiamo imparare noi da San Girolamo? Mi sembra soprattutto questo: amare la Parola di Dio nella Sacra Scrittura – ha suggerito Benedetto XVI – è importante che ogni cristiano viva in contatto e in dialogo personale con la Parola di Dio, donataci nella Sacra Scrittura … è anche una Parola che costruisce comunità, che costruisce la Chiesa. Perciò dobbiamo leggerla in comunione con la Chiesa viva”. Girolamo è uno dei quattro Padri della Chiesa d’Occidente (insieme ad Ambrogio, Agostino e Gregorio Magno), proclamato dottore della Chiesa nel 1567 da Pio V. Di lui ci restano commentari, omelie, epistole, trattati, opere storiografiche e agiografiche; assai noto il suo De Viris Illustribus, con le biografie di 135 autori per lo più cristiani, ma anche ebrei e pagani, per dimostrare quanto la cultura cristiana fosse “una vera cultura ormai degna di essere messa a confronto con quella classica”. Da non dimenticare il suo Chronicon – la traduzione e rielaborazione in latino di quello in greco di Eusebio di Cesarea andato perduto – con la narrazione della storia universale, tra dati certi e miti, a partire dalla nascita di Abramo fino all’anno 325. Infine, ricche di insegnamenti e accorati consigli, molte epistole che lasciano trasparire la sua profonda spiritualità.

Oltre la grande lezione dell’amare Cristo e la Chiesa, San Girolamo ci insegna anche ad essere amanti della verità e a detestare la menzogna.

La maschera dell’ipocrisia e il volto della verità  (Mazzasabato, 4 settembre 2021)

Lu)igi Pirandello, uno dei maggiori scrittori e drammaturghi e  diceva che “imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai molte maschere e pochi volti”. E con queste parole “fotografava” l’amara realtà della vita, il fatto cioè che purtroppo il mondo è pieno di ipocriti. Gente che, appunto, si mette una maschera per apparire quello che non è. Buoni che buoni non sono, devoti solo di facciata, trasformisti, capaci di adattarsi, di modellarsi come plastilina alle situazioni per opportunismo, per fare carriera, per convenienza. Maschere, non volti. E quante volte anche noi ci siamo messi una maschera? Eppure, per i credenti, la maschera è qualcosa di terribile, di escludente, perché come disse Benedetto XVI nell’omelia della Messa della domenica delle palme, nel 2007, “può stare nel luogo santo chi ha mani innocenti e cuore puro (Sal. 23). Mani innocenti sono mani che non vengono usate per atti di violenza, sono mani che non sono sporcate con la corruzione e con tangenti. Cuore puro, quando il cuore è puro? È puro un cuore che non si macchia con menzogna e ipocrisia, un cuore che rimane trasparente come acqua sorgiva perché non conosce doppiezza”.

Parole molto chiare, e sappiamo purtroppo come nella chiesa ci sia molta, troppa ipocrisia. Nell’udienza generale del 25 agosto 2021, Papa Francesco è andato ancora oltre: «Cosa è l’ipocrisia? Si può dire che è paura per la verità. L’ipocrita ha paura per la verità. Si preferisce fingere piuttosto che essere sé stessi. È come truccarsi l’anima, come truccarsi negli atteggiamenti, come truccarsi nel modo di procedere: non è la verità. E la finzione impedisce il coraggio di dire apertamente la verità e così ci si sottrae facilmente all’obbligo di dirla sempre, dovunque e nonostante tutto. La finzione ti porta a questo: alle mezze verità. E le mezze verità sono una finzione: perché la verità è verità o non è verità. Ma le mezze verità sono questo modo di agire non vero… E in un ambiente dove le relazioni interpersonali sono vissute all’insegna del formalismo, si diffonde facilmente il virus dell’ipocrisia. Quel sorriso che non viene dal cuore, quel cercare di stare bene con tutti, ma con nessuno».

L’ipocrita, insomma, non è altro secondo Francesco che «una persona che finge, lusinga e trae in inganno perché vive con una maschera sul volto, e non ha il coraggio di confrontarsi con la verità. Per questo, non è capace di amare veramente – un ipocrita non sa amare – si limita a vivere di egoismo e non ha la forza di mostrare con trasparenza il suo cuore. Ci sono molte situazioni in cui si può verificare l’ipocrisia. Spesso si nasconde nel luogo di lavoro, dove si cerca di apparire amici con i colleghi mentre la competizione porta a colpirli alle spalle. Nella politica non è inusuale trovare ipocriti che vivono uno sdoppiamento tra il pubblico e il privato». E soprattutto «è particolarmente detestabile l’ipocrisia nella Chiesa, e purtroppo esiste l’ipocrisia nella Chiesa, e ci sono tanti cristiani e tanti ministri ipocriti. Non dovremmo mai dimenticare le parole del Signore: “Sia il vostro parlare sì sì, no no, il di più viene dal maligno”. Dobbiamo convincerci, dunque, che Gesù condanna l’ipocrisia. Dobbiamo coltivare la verità e conformarci alla verità, allora sì che potremmo dirci realmente cristiani, cioè seguaci e imitatori di Gesù Cristo, che un giorno si definito come: VIA, VERITÀ e VITA (Gv.14,6).

È quanto San Girolamo si è sforzato di fare in tutta quanta la sua esistenza terrena.

Don Pasquale

Avanti o indietro?

L’anestesia dell’inerzia

Omelia del Mercoledì delle Ceneri 2023

Il rito che compiremo tra poco, dà il titolo a questo speciale mercoledì dell’anno liturgico, denominato mercoledì delle Ceneri che inaugura un tempo di grazia che dura 40 giorni, dove la parola chiave è: CONVERSIONE.

Il simbolo principale questo giorno è la CENERE.

Come la presenta la Bibbia? Le ceneri sono segno della debole e fragile condizione dell’uomo. Abramo rivolgendosi a Dio dice: “Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere…” (Gen 18,27). Giobbe riconoscendo il limite profondo della propria esistenza, con senso di prostrazione, afferma: “Mi ha gettato nel fango: son diventato polvere e cenere” (Gb 30,19). In tanti altri passi biblici può essere riscontrata questa dimensione precaria dell’uomo simboleggiata dalla cenere (Sap 2,3; Sir 10,9; Sir 17,27).

Ma la cenere è anche il segno esterno di colui che si pente del proprio agire malvagio e decide di compiere un rinnovato cammino verso il Signore. Ricordiamo il testo biblico della conversione degli abitanti di Ninive a motivo della predicazione di Giona: “I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere” (Gio 3,5-9).

Siamo dunque chiamati a vivere il gesto dell’imposizione delle Ceneri non come un rito magico ma come un rito che rimanda a realtà più profonde al ritorno alla verità di noi stessi (quello di cui siamo fatti) per poter meglio leggere la nostra realtà, le cose a cui dobbiamo dare importanza. Il peccato di Adamo è stato quello di non riconoscere la propria creaturalità, “essere come Dio, senza Dio, contro Dio”.

È quello che vive spesso l’uomo d’oggi: vuole eliminare Dio dal proprio orizzonte di vita, essere padrone assoluto di sé stesso, portandosi così inevitabilmente alla rovina, perché di fatto non è “padrone totale di sé”, ma deve riconoscere la propria creaturalità e fragilità. Don Tonino Bello diceva che la Quaresima è “un cammino dalla testa ai piedi”, dalla cenere sul capo alla lavanda dei piedi del giovedì santo. Un percorso cioè che deve “rivoltare” la nostra vita, per passare di nuovo “dall’io a Dio”.

Dicevo all’inizio che la parola “chiave” di questo tempo liturgico, contrassegnato dal colore liturgico viola, è: CONVERSIONE. La parola italiana ha radici nella parola greca “metanoeite” che vuol dire cambio di mentalità, di modo di pensare, cambiare totalmente la direzione del cammino intrapreso. Sto andando in una direzione e cambio completamente verso un’altra. Cosa vuol dirci la chiesa e la liturgia con questa parola-chiave del tempo di Quaresima? In primo luogo invitarci a verificare il nostro modo di pensare: domandarci ad esempio quali sono i criteri che guidano le nostre decisioni, le nostre azioni. Il profeta Gioele dice: laceratevi il cuore e non le vesti. Cosa significa? Che una religione solo esteriore non è gradita a Dio (Lacerarsi le vesti come segno penitenziale…). Quello che il Signore vuole è un atteggiamento più profondo: lacerarsi il cuore. Significa ad esempio che a una pratica formale della Religione (partecipare ai riti solo per la visibilità sociale…) si deve sostituire un cambio reale nel modo di trattare gli altri, nel perdono, nella carità concreta. Ci dice Gesù: “non praticate la vostra giustizia davanti agli uomini”, ciò che dovrebbe maggiormente starci a cuore è l’effettiva lode a Dio, il desiderio di entrare sempre più in relazione con Lui.

Il Papa spesso ci invita a fuggire dalla tentazione dell’indifferenza.

Una malattia che sembra aver preso piede ovunque. L’uomo non sembra più interessarsi dell’altro uomo, in particolare per chi è povero e indifeso.

Il nostro cammino spirituale deve progredire sempre di più con lo scorrere del tempo e degli anni e tentare di raggiungere la pienezza della maturità cristiana (Cf Lev. 19, 1-2.17-18  e Mat. 5, 38-48; VII dom to/A).

Tuttavia, molto spesso, è difficile capire concretamente come fare dei passi avanti, e si rischia di rimanere sempre fermi allo stesso punto. E qui sta l’inganno! Chiarisce la questione, in poche parole, San Bernardo di Chiaravalle, quando afferma che: non progredire è regredire.

Non andare avanti significa stare sempre più indietro, poiché la fede è un fuoco che va costantemente alimentato, bersagliato com’è da vari nemici: noi stessi, il demonio, le prove, la sfiducia di sé…

In una delle sue opere maggiori, la celebre Salita al Monte Carmelo, composta tra il 1579 e il 1585, il mistico spagnolo san Giovanni della Croce incise su carta una sentenza che chi vuol decidersi a progredire nella vita dello Spirito farebbe bene a tenere a mente: “In questo cammino non andare avanti equivale a tornare indietro e non guadagnare è come perdere”. Chi non continua a salire la santa montagna comincia a scendere nella valle della mediocrità.

La vita non è stasi, è movimento, sempre!

Le possibilità non sono tante: o si sale o si scende, o si va avanti o si torna indietro, o si progredisce o si regredisce, ma se ci si ferma, è come quell’acqua che ristagna e imputridisce.

Dobbiamo fare, poi, i conti con quella presunzione che scavalca le possibili fragilità che potrebbero colpirci e ferirci e che ci fa credere di poter star sempre bene, in piedi e mai capaci di cadere!

La Scrittura ci ricorda e corregge il tiro: «Il giusto cade sette volte al giorno e si rialza», sono parole tratte dal libro dei Proverbi (24,16).

Se quanto detto vale per un singolo, esso vale anche e ancor più per una comunità come la Chiesa, la quale, nella sua millenaria saggezza, non a caso ha coniato il famoso assioma Ecclesia sempre reformanda.

Gridava il grande teologo francese del Novecento Yves Congar: “Ah! Se si potesse rinnovare il volto umano della Chiesa e fare in modo ch’essa appaia meglio come Chiesa di Cristo!”.

Troppi battezzati non si sentono più parte della comunità ecclesiale e vivono ai margini di essa. Spesso ci si rivolge alle parrocchie solo per ricevere servizi religiosi!

Conversione può risuonare anche come sinonimo di Ricominciare che è una postura del cuore di chi sceglie di lottare contro l’anestesia dell’inerzia e di ridare ogni giorno senso e valore a ciò che fa, come se fosse ogni volta la prima volta.

Discorso che diventa tanto più valido quanto più la realtà ci fa scontrare con i limiti e le fragilità che ci appartengono, contro i quali lottiamo di continuo, spesso senza venirne a capo. Come a dire che errare e ricominciare è azione quotidiana. E, nella stessa opera citata sopra, san Giovanni esorta: “Chi non ha cura di riparare anche la più piccola screpolatura del vaso, perderà tutto il liquido in esso contenuto”.

Viviamo questa stagione dell’anno liturgico come “tempo terapeutico” per togliere le screpolature che ostacolano la circolazione e la realizzazione del bene, lasciandoci guidare dalla presenza di Dio in noi. 

don Pasquale

La Parrocchia S. Girolamo ricorda i suoi 65 anni di vita

18 Gennaio 1958  –  2023

Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede” (Col 2,7) 

DALLA MANGIATOIA DI BETLEMME AI CENACOLI ECCLESIALI:

Comunione –  Partecipazione –  Missione

Con l’espressione “radicato”, l’Apostolo Paolo evoca le immagini dell’albero e delle radici che lo alimentano; poi aggiunge: “fondato” che fa invece riferimento alla costruzione di una casa; “saldo” rimanda alla crescita della forza fisica o morale. 

La prima immagine, dunque, è quella dell’albero, fermamente piantato al suolo tramite le radici, che lo rendono stabile e lo alimentano. Senza radici, sarebbe trascinato via dal vento, e morirebbe. Come le radici dell’albero lo tengono saldamente piantato nel terreno, così le fondamenta danno alla casa una stabilità duratura Stendere le radici, per il profeta, significa riporre la propria fiducia in Dio. Da Lui attingiamo la nostra vita; senza di Lui non potremmo vivere veramente giacché Egli stesso un giorno disse: “Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15,1-8). E il grande Agostino direbbe: “Ci hai fatti per Te, o Signore e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te” (Confessioni I,1,1).

Gesù stesso si presenta come nostra vita (cfr Gv 14,6). Perciò la fede cristiana non è solo credere a delle verità, ma è anzitutto una relazione personale con Gesù Cristo. Quando entriamo in rapporto personale con Lui, Egli rivela la nostra identità e, nella sua amicizia, la vita cresce e si realizza in pienezza. 

Con questo brano biblico l’Apostolo Paolo ci invita, questa sera, a chiederci: Quali sono le nostre radici?

Questo brano si completa con un altro dell’Antico Testamento: “Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. È come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi, nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti” (Ger 17,7-8). 

Mediante la fede, noi siamo fondati in Cristo (cfr Col 2,7), come una casa è costruita susolide fondamenta. 

Nella storia sacra abbiamo numerosi esempi di santi che hanno edificato la loro vita sulla Parola di Dio. Il primo è Abramo. Il nostro padre nella fede obbedì a Dio che gli chiedeva di lasciare la casa paterna per incamminarsi verso un Paese sconosciuto. “Abramo credette a Dio e gli fu accreditato come giustizia, ed egli fu chiamato amico di Dio” (Gc 2,23). 

Essere fondati in Cristo significa rispondere concretamente alla chiamata di Dio, fidandosi di Lui, mettendo in pratica la sua Parola, e coltivando una vita di fede. 

Non da soli, o isolatamente, ma con attraverso la Chiesa. Non siamo credenti isolati, ma, mediante il Battesimo, siamo membri di questa grande famiglia, ed è la fede professata dalla Chiesa che dona sicurezza alla nostra fede personale. 

Il Credo che proclamiamo nella Messa domenicale ci protegge proprio dal pericolo di credere in un Dio che non è quello che Gesù ci ha rivelato: “Ogni credente è come un anello nella grande catena dei credenti. Io non posso credere senza essere sorretto dalla fede degli altri, e, con la mia fede, contribuisco a sostenere la fede degli altri” (Catechismo della Chiesa Cattolica 166). Questa sera corre l’obbligo morale di ringraziare il Signore per il dono della Chiesa, la Sposa di Cristo che testimonia la Sua presenza e dispensa i doni di Dio nel nostro quartiere che, fino agli anni 60, era un quartiere periferico residenziale per vacanzieri del ceto piccolo o medio borghese barese.

Nella storia della Chiesa, i santi e i martiri hanno attinto dalla Croce gloriosa di Cristo la forza per essere fedeli a Dio fino al dono di se stessi; nella fede incarnata nella quotidianità, e celebrata, professata e vissuta, in una comunità di fede (Chiesa) e, così, hanno trovato la forza per vincere le proprie debolezze e superare ogni avversità. 

Voglia il Signore che anche noi impariamo a credere di più, a vivere e testimoniare la fede ogni giorno, per diventare strumento per far ritrovare soprattutto ai giovani il senso e la gioia della vita, che nasce dall’incontro con Cristo!

Carissimi, da poco abbiamo celebrato il Santo Natale! 

Nelle Chiese ci sono ancora i presepi che ci ricordano il grande avvenimento dell’Incarnazione del Figlio di Dio nella nostra natura umana.

La Chiesa potremmo paragonarla al presepe di Betlemme dove al centro regna il Cristo.

Come nel presepe Maria accoglie coloro che si degnano di far visita al suo Figlio divino, e dopo la Sua morte e Risurrezione tenne uniti gli Apostoli per evitare la loro dispersione, ancora oggi continua ad accogliere e vegliare su tutti quanti noi, sulla Chiesa voluta dal suo Figlio, per questo ci esorta ancora e ci dice: “Fate quello che vi dirà” (Gv 2,1-11).

Come Maria, anche la Chiesa deve continuamente lasciarsi plasmare e guidare dal Cristo: “Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Luca 2, 41-50).

Come il Bambino nella mangiatoia è segno di speranza per tutti, particolarmente per gli ultimi, così la Chiesa deve splendere non di luce propria ma riflessa, ed essere segno di speranza nel mondo, segno e trasparenza della presenza di Dio nella ferialitàdell’esistenza umana e non “orfana di Padre” o che dà lo “sfratto a Dio” rintanandolo in una sorta di “casa di riposo” per essere, così, liberi di camminare e agire di “testa propria” e poter dire sottovoce come i veneti: faso tuto mi!

Sac. Pasquale Zecchini

Omelia Santo Natale 2022

Inutile spreco o moltiplicazione di…

Non ha lasciato indifferente, lungo la storia, la festa del S. Natale: il poverello di Assisi che nel 1223, per la prima volta, volle realizzare il presepe a Greccio.

Il celebre scrittore italiano Giovanni Papini, diventato cattolico, si scontra subito con una difficoltà: il modo con cui i cristiani celebrano il Natale lo scandalizza. E rilancia con molta forza un’affermazione di Angelo Silesio, un protestante tedesco del Seicento, che dopo la sua conversione al cattolicesimo divenne Frate minore e poeta: “Anche se Cristo nascesse dieci, mille e diecimila volte a Betlemme, a nulla ti gioverà se non nasce almeno una volta nel tuo cuore”Giovanni Papini non si stancherà di ripeterlo. Con lui anche un noto scrittore: Curzio Malaparte pubblicherà questo testo, scritto nel 1954, che propongo: “Tra pochi giorni è Natale e già gli uomini si preparano alla suprema ipocrisia. Perché nessuno di noi ha il coraggio di dire che il secolo, il mondo non è mai stato così poco cristiano come in questi anni. La ragione è semplice: nessuno di noi osa riconoscere che la magniloquenza degli uomini politici, la grande parata dei sentimenti evangelici, le processioni interminabili dei falsi devoti servono soltanto a nascondere questa terribile verità: gli uomini non sono più cristiani. Cristo è morto nell’anima dei suoi figli. L’ipocrisia è discesa dalla politica fino alla vita sociale, familiare e individuale. Siamo pieni di orgoglio e di vanità; non ci importa niente di chi soffre. E poi, tranquillamente, celebriamo il Natale”. E continua: “Io vorrei che il giorno di Natale il panettone diventasse carne rovente sotto il nostro coltello e il vino diventasse sangue e avessimo tutti per un istante l’orrore del mondo in bocca, questo mondo che stiamo devastando noi. Vorrei che il giorno di Natale i nostri bambini ci apparissero all’improvviso come saranno domani, fra alcuni anni, se non oseremo ribellarci a questa diseducazione generale che stiamo dando ai giovani. Io vorrei che la notte di Natale, in tutte le chiese del mondo, un povero prete si levasse in piedi e gridasse: “Via da questa culla, falsi, bugiardi, a piangere sulle vostre culle dei vostri bambini che non volete e che non sapete educare”. Se il mondo soffre è anche per colpa vostra che non osate difendere la giustizia e la bontà e avete paura di essere cristiani fino in fondo! E io che non lo sono non me ne sono accorto. Io vorrei che quel prete avesse la forza di dire: “Via da questa culla, ipocriti! Questo bambino che è nato per salvare il mondo ha orrore di voi, perché non volete essere salvati”. Tutto questo è diventata un’operazione culturale, per rendere il Natale una semplice “festa d’inverno”, caratterizzata dal divertimento e dai regali… ma senza però alcun riferimento a Gesù. Una sintesi di questo fatto l’ha ben interpretata Chiara Lubich, che ha intitolato un suo libro: “Hanno sloggiato Gesù”.

Torniamo ad “adottare” Gesù, c’è tutto da guadagnare e e nulla da perdere.

A Natale Lui torna a dirci: I Care… M’importa di te… Ti Amo… Fidati di me…

Come Maria e come Giuseppe diciamo anche noi Eccomi, prendimi per mano… guidami nel mondo a modo Tuo.

 Don Pasquale

Omelia nella Festa di S. Girolamo 30.09.2022

L’uomo moderno ha ancora bisogno di Dio

La Pandemia ha costretto anche il nostro Santo Patrono a restare a casa per due anni senza poter più avere contatti con l’esterno.

L’attenuazione del virus sta permettendo un graduale ritorno alla normale e alla consueta routine quotidiana in tutti gli ambiti, compresi quelli religiosi.

Eccoci qui questa sera a vivere prima il momento più intimo e più nobile, che è costituito dalla celebrazione eucaristica, fonte e culmine della vita del cristiano e della Chiesa, alimento insostituibile per gli uomini e le donne di ieri e di sempre che hanno deciso di seguire il Signore come riferimento fondamentale della propria vita, e poi il momento più esterno e pubblico costituito dalla processione dell’immagine del Santo come vero atto di fede e di testimonianza pubblica del nostro credere.

Non ci può lasciare indifferenti quanto ci giunge a livello informativo circa la situazione religiosa del nostro Paese.

A quanto pare il cristianesimo in Italia pare essere inesorabilmente in declino. Una recente indagine infatti riferisce che ogni anno circa 700.000 persone lasciano la fede cattolica e si dichiarano atei. 

L’80 per cento degli italiani non legge mai la Bibbia e la maggior parte dei giovani lascia la chiesa dopo la Cresima. Cercare realmente di seguire Gesù è un desiderio che riguarderebbe solo l’1 per certo degli italiani.

Questa prospettiva inquietante deve scuotere e interpellare tutti!

A tutto ciò si deve anche aggiungere che le nuove generazioni sono completamente estranee alla vita cristiana, non conoscono minimamente la grammatica della chiesa e non possono conoscere il fascino di Gesù.

A queste condizioni domanda che sorge spontanea è: l’uomo moderno ha ancora bisogno di Dio e della religione? Perché le chiese sono sempre più vuote?

Il cammino sinodale che tutta la Chiesa sta vivendo deve portarci a farci tante domande e tra queste provare anche a chiederci: Come cristiani avvertiamo il bisogno di ritrovarci, di riflettere, di condividere, di confrontarci?

Dobbiamo imparare a stare non uno accanto all’altro per tornare a far numero, ma ad essere volti/rivolti verso l’altro, ma prima ancora verso l’Alto.

Dobbiamo passare dall’indifferenza alla compassione, dallo spreco alla condivisione, dall’egoismo all’amore, dall’individualismo all’amore. 

Il Papa domenica scorsa (25.09.22) a conclusione del 27° Congresso Eucaristico Nazionale svoltosi a Matera, nell’omelia ha invitato tutti a sognare “una Chiesa che si inginocchia davanti all’Eucarestia e adora con stupore il Signore presente nel Pane; ma che sa anche piegarsi dinanzi alle ferite di chi soffre, facendosi pane di speranza e di gioia per tutti. Non c’è un vero culto eucaristico senza compassione per i tanti “Lazzari” – ha affermato con forza il Papa – che anche oggi ci camminano accanto”.

In effetti in questa cultura dell’indifferenza gli uomini diventano sempre più egoisti e pensano solo a se stessi. 

Frantumare o abbattere questo modus vivendi e convertire il mondo non è operazione di un politico, né tantomeno della neo eletta premier Giorgia Meloni, ma è qualcosa che riguarda ciascuno di noi nei riguardi di se stesso prima e poi nel tentativo di aiutare gli altri a curare il virus del narcisismo.

La fede, e in particolare l’Eucarestia, possono aiutarci in questa fase di terapia ricostituente!

Gesù infatti ci sfama e ci guarisce, Egli ci dona il pane della condivisione e ci invita a percorrere le strade del mondo, e con le nostre occupazioni quotidiane ci rende apostoli di fraternità, di giustizia e di Pace.

S. Girolamo ci invita a mettere Gesù al centro della nostra vita, esattamente come ha fatto Lui. 

Egli ha fatto di Dio il riferimento e il “motore” essenziale della sua esistenza.

Qualcuno potrebbe disapprovare la scelta di Girolamo di aver privilegiato la solitudine ritirandosi a Betlemme, nella terra dove è nato Gesù.

Ah, se anche noi ci ritagliassimo, nelle nostre giornate, tempi di silenzio e di solitudine per riflettere e ascoltare cosa ci consiglia Dio, attraverso il suo Spirito che vorrebbe suggerire a tutti ciò che dovremmo fare.

L’isolamento di Girolamo non fu di stampo solipsistico, chiudendo ogni genere di rapporti umani e dialoghi spirituali, anzi le sue Lettere ci testimoniano contatti epistolari che intratteneva con chi a Lui si rivolgeva per chiedere consigli spirituali.

Sempre nella propensione del pensare agli altri più che a stesso, Girolamo si preoccupò di tradurre i Testi Sacri (la Bibbia) dalle lingue originarie (aramaico – ebraico – Greco) nella cosiddetta Vetus Latina, permettendo a tutti di potersi accostare, leggere e meditare le Divine Scritture per trarre da esse nutrimento spirituale attraverso l’incontro con Cristo che si comunica agli uomini massimamente attraverso la Parola e i Sacramenti, e ci chiede di conoscerLo sempre più e amarlo e testimoniarlo con la nostra vita.

 don Pasquale

Omelie del Triduo Pasquale 2022

UN AMORE SUPERLATIVO AD ALTA FEDELTA

Omelia del Giovedì Santo – 14.04.2022

Sac. Pasquale Zecchini

Una strana amarezza serpeggiava nel cuore di tutti in quella Cena caratterizzata da antichi racconti.

Parole strane uscivano dalla bocca del loro Maestro: “Uno di voi mi tradirà…”; “Il Figlio dell’uomo sta per partire…”; “è l’ultima coppa che bevo con voi finché non verrà il Regno di Dio” (Mt 26,20-29).

È la notte del duello tra tradimento e amore.

Tanta violenza si abbatterà, di lì a breve, su Gesù mentre Lui continuerà a testimoniare fedeltà e amore.

Gesù non misurato il suo amore con la bilancia o con un centimetro. Un amore che passa attraverso la logica del calcolo non è vero amore! 

La totalità del dono (o del darsi), del non far sconti, e il non accontentarsi del minimo indispensabile è proprio del modo di concepire l’amore cristiano.

L’amore di Gesù è un amore in pienezza, nella totalità, al massimo grado, in modo superlativo!

Quello di Gesù è un vortice d’amore

Giovanni nel suo Vangelo ci racconta ciò che Gesù fece nel contesto dell’Ultima Cena: “Si alzò da tavola, depose le vesti, si cinse di un asciugatoio e versò dell’acqua nel catino”. Assieme all’acqua versò tutto il suo amore.

Ai piedi degli uomini il suo amore si fa servizio.

Il suo amore, dunque, non è un amore qualunque, ma un amore sconfinato, senza limiti, un amore che non si arrenda, come quello di Dio.

Nel cenacolo, dunque, si può apprendere l’arte di amare; si può dire che Gesù ha impartito una lezione di AMORE ESAGERATO, che non dice mai: BASTA!

Dinanzi a questo amore i nostri volti dovrebbero arrossire per il livello mediocre che in tatti tratti non gli assomigliamo con la nostra capacità di amare!

L’INUTILE SPRECO

Omelia del Venerdì Santo – 15.04.2022

Sac. Pasquale Zecchini

I Vangeli della Passione non si prefiggono semplicemente di commuoverci consegnandoci i dettagli delle ultime ore della vita terrena di Gesù, intrise di sofferenza e patimenti, bensì vogliono indurci ad attuare profondi e autentici cambiamenti riguardo ai nostri modi di essere e di agire.

Potremmo, infatti, ritrovarci in molti o alcuni dei personaggi che incontriamo nel brano della passione di Gesù, che ci assomigliano nel non-amare, specie quando:

  • Sono io che accusa, 
  • chi bastona, 
  • chi sputa umiliazioni, 
  • chi rinnega, 
  • chi imprigiona, 
  • chi se ne lava le mani, 
  • chi scappa, 
  • chi mette il suo interesse davanti a tutto e a tutti, 
  • chi svende, 
  • chi fa le cose perché deve farle, 
  • chi non si fa domande, 
  • chi non sa vedere il dolore dell’altro, 
  • chi non sopporta l’ingiustizia, 
  • chi si lascia condizionare dalle apparenze e dalla massa, 
  • chi si lascia rubare la speranza, 
  • chi si fa impiccare dagli errori anziché confidare nella misericordia del Padre… 

Quella unzione di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, utilizzato da Maria, la sorella di Marta e di Lazzaro a Betania alcuni giorni prima della passione di Gesù, diventa prototipo dell’amore divino che non fa risparmi e non ricorre alla “concorrenza” bensì si avvale “dell’originale”.

L’evangelista Giovanni ci dice: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”, cioè in pienezza, al massimo grado, fino all’estremo, che lo porterà a dire sulla croce: “Tutto è compiuto”.

Sempre nella logica del dono, Gesù, secondo la versione di Giovanni, dalla Croce emise, cioè fece dono, trasmise, partecipò lo Spirito che abitava in Lui.

Il Suo ultimo respiro è una vera e propria effusione di Spirito, una Pentecoste, una Epiclesi che diventa capace di rinnovare la faccia della terra!

L’azione liturgica del Venerdì Santo non è un rito funebre, una commiserazione di un morto.

Si sta sotto la Croce con l’atteggiamento degli assetati che desiderano avvicinarsi alla fonte per attingere vino nuovo impregnato di Spirito!

Di questo vino dovremmo avvertirne continuo bisogno!

Come il nostro corpo ha bisogno di continuo nutrimento, parimenti la nostra anima.

Diversamente la fede potrebbe vacillare così come Pietro ha sperimentato sulla sua pelle.

Rinnegare Gesù per lui era impensabile, d’altronde per Lui aveva lasciato tutto e lo aveva seguito. 

Lo amava per davvero ma di un amore impulsivo così come era caratterialmente. Per Lui avrebbe dato e fatto tutto! Ma poi non ce l’ha fatta nell’ora della prova!

Da quella esperienza Pietro saprà trarre insegnamento, imparerà a crescere nella fede e nell’adesione più forte al Suo Signore, per passare da un amore fatto di parole e belle promesse ad azioni tangibili d’amore.

MISSILI O CAMPANE A FESTA? PASSIAMO A CIÒ CHE NON PASSA

Omelia del Sabato Santo – 16.04.2022

Sac. Pasquale Zecchini

Il “tutto è compiuto”, scandito dalle labbra di Gesù il venerdì santo, aveva mandato tutti a casa con la convinzione che la vicenda umana di Gesù fosse ormai, e per sempre, conclusa.

Quella pietra aveva sigillato quel sepolcro ove immobile vi resta un cadavere.

Per le donne c’è ancora qualcosa da fare l’indomani, di buon mattino, vanno per onorare il corpo sepolto di Gesù.

La sorpresa sarà la tomba vuota! Il Cristo, spogliato delle sue vesti, è Risorto ed è tornato alla vita lasciando nel sepolcro bende e sudario.

Nudo con la verità che gli appartiene!

Un giorno aveva detto: “Io sono la via, la verità e la vita”.

VIA  –  VERITA’  –  VITA

esprimono alla perfezione i bisogni dell’uomo di oggi!

Il mondo vive in uno stato di confusione, un labirinto che non ci permette di riconoscere la VIA più consona da seguire.

Ogni uomo ha sete di autenticità, capace di mettere al bando falsità e mistificazioni, equivoci e sotterfugi, di dire basta con le maschere e i travestimenti, finzioni e mimetismi.

L’uomo ha profonda sete di vita autentica, capace di operare alla luce del sole!

Come vorrei che, alla luce della Pasqua, la Chiesa splenda di quella luce o quel sole che non conosce tramonto, che promana da Cristo: luce del mondo e sole di giustizia!

Una Chiesa fedele alla Sua missione, più aderente al Vangelo, più disponibile, se necessario, a cambiare per assomigliare sempre più al Risorto.

Carissimi, la Pasqua di quest’anno corre il rischio di non farci celebrare questa festa col suono delle campane a distesa ma col rumore del bombardamento dei missili, e il rumore di quelle armi che i nostri bambini di catechismo hanno depositato presso l’altare della reposizione, ove troneggia ora il Risorto.

Pasqua vuol dire passaggio! Il mio invito e l’augurio che rivolgo a ciascuno è quello di PASSARE A CIÒ che NON PASSA!

Si, PASSIAMO dal confidare in noi stessi al confidare in Cristo Risorto, nostra Speranza! Passiamo dalla Sua parte col cuore prima che col corpo.

A tutti voi giunga il mio saluto e il mio augurio di Santa Pasqua.

don Pasquale

Il cinico Erode torna a ferire

Una nuova “strage degli innocenti” –Omelia delle Ceneri 02.03.2022

Nel III Millennio dove termini come integrazione, globalizzazione, mondializzazione, villaggio globale, fanno pensare a scenari di interazione e collaborazione reciproca o persino di convivenza pacifica fra popoli dove programmi televisivi come Verissimo, o il Grande fratello sembrano voler presentare uno scenario di gioia e divertimento per tutti, una mano assassina ha deciso di sobillare la tranquillità umana con una avanzata spedizione di guerra nei confronti di un popolo già martoriato in un recente passato e costretto a ripercorrere scenari di devastazione ben noti, una rinnovata strage degli innocenti che si ripete ancora… e, per di più, in un contesto già messo a dura prova dalla pandemia  del COVID 19, dalla quale con fatica stiamo ancora tentando di uscire. In un breve lasso di tempo siamo passati dal tunnel psicologico pandemico al tunnel psicologico bellico!

Il mondo intero è ancora in preda alla paura, al pericolo, a tante incertezze, all’imprevedibilità per quanto ha sperimentato in questi due ultimi anni.

Un’umanità ancora bisognosa, dunque, di riappropriarsi del suo percorso di vita ordinario, di recuperare la capacità di relazionarsi, di stare insieme, di fare “koinonia”, di costruire un’Oikos, una casa, dove i fratelli si radunano per “fare famiglia”.

La guerra è una follia, è irragionevole, è demoniaca, in qualche modo ha a che fare col diavolo che vuole distruggere la vita e distruggere il mondo.

“Chi fa la guerra dimentica l’umanità. Non parte dalla gente, non guarda alla vita concreta delle persone, ma mette davanti a tutto interessi di parte e di potere. Si affida alla logica diabolica e perversa delle armi, che è la più lontana dalla volontà di Dio. E si distanzia dalla gente comune, che vuole la pace; e che in ogni conflitto è la vera vittima, che paga sulla propria pelle le follie della guerra (Papa Francesco, Angelus del 27/02/2022).

Su ogni scenario di guerra si staglia ancora oggi la profonda disapprovazione divina con le sue invettive: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi?» (Mt 17,17).

In questo Mercoledì delle Ceneri il Papa invita tutti a fare di questo giorno una giornata di preghiera e digiuno per la pace in Ucraina. 

Una giornata per stare vicino alle sofferenze del popolo ucraino, per sentirci tutti fratelli e implorare da Dio la fine della guerra che ha già prodotto, in pochi giorni, i suoi danni; basti pensare a 16 bambini già uccisi nella guerra con la Russia, da Polina, morta in auto, ad Alisa, uccisa dalle bombe. Altri 45, ha riportato il premier Zelensky, sono stati feriti. Il grido di dolore dei medici: «Mostrate questo a Putin».

Polina aveva solo 10 anni e l’anno prossimo avrebbe cominciato la prima media. Ma Polina in prima media non andrà mai: è stata uccisa insieme a sua madre e suo padre mentre tentavano di uscire da Kiev in macchina, secondo quanto denuncia sui social il vicesindaco Volodimyr Bondarenko. Suo fratello e sua sorella sono invece in ospedale in terapia intensiva e nessuno sa se riusciranno a sopravvivere.

Il nostro Presidente del Consiglio ha affermato: Di fronte alla “aggressione premeditata e immotivata” da parte della Russia nei confronti dell’Ucraina, “tocca a noi tutti decidere come reagire. L’Italia non intende voltarsi dall’altra parte”. Ha parlato di aiuti, sostegni economici da far giungere (come anche il Papa ha già fatto) e di accoglienza dei profughi che intendono ricongiungersi a parenti e amici già da tempo presenti in Italia.

Alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni, a poca distanza da noi, giacché l’Italia dista appena 2000 Km dall’Ucraina, non possiamo rimanere indifferenti, in quanto tutti facciamo parte della stessa umanità e tutti siamo membri dello stesso Pianeta.

Nell’editoriale del quotidiano cattolico AVVENIRE di oggi (02.03.22) si legge: “La creazione del mondo è incompleta, tocca a noi completarla. Il mondo è bello perché si può colorare, colorarlo significa completarlo”. Ecco qual è il nostro compito, la nostra missione: completare/colorare il mondo. Senza distruggerlo o pretendere di impossessarci di esso perché, giova ricordare sempre a noi e a tutti, che il mondo è di Dio, e ciascuno di noi può cogliersi come operaio e artigiano che se ne prende cura a vantaggio di tutti.

La Quaresima non è solo un tempo opportuno per passare in rassegna quelli che potremmo definire i “mali e orrori sociali”, ma anche e soprattutto quelli personali che si annidano nelle profondità del nostro essere e che spesso sorvoliamo o che impariamo a convivere.

Nell’Angelus di domenica scorsa (27.02.22) il Pontefice, commentando il Vangelo della correzione fraterna (Lc 6,41-45), aggiungeva: ”Il Signore ci invita a ripulire il nostro sguardo. Per prima cosa ci chiede di guardare dentro di noi per riconoscere le nostre miserie. Perché se non siamo capaci di vedere i nostri difetti, saremo sempre portati a ingigantire quelli altrui. Se invece riconosciamo i nostri sbagli e le nostre miserie, si apre per noi la porta della misericordia. E dopo esserci guardati dentro, Gesù ci invita a guardare gli altri come fa Lui – questo è il segreto: guardare gli altri come fa Lui –, che non vede anzitutto il male, ma il bene. Dio ci guarda così: non vede in noi degli sbagli irrimediabili, ma vede dei figli che sbagliano. Cambia l’ottica: non si concentra sugli sbagli, ma sui figli che sbagliano. Dio distingue sempre la persona dai suoi errori. Salva sempre la persona. Crede sempre nella persona ed è sempre pronto a perdonare gli errori. Sappiamo che Dio perdona sempre. E ci invita a fare lo stesso: a non ricercare negli altri il male, ma il bene. Dopo lo sguardo, prosegue il Papa, Gesù oggi ci invita a riflettere sul nostro parlare. Il Signore spiega che la bocca «esprime ciò che dal cuore sovrabbonda» (v. 45). È vero, da come uno parla ti accorgi subito di quello che ha nel cuore. Le parole che usiamo dicono la persona che siamo. A volte, però, prestiamo poca attenzione alle nostre parole e le usiamo in modo superficiale. Ma le parole hanno un peso: ci permettono di esprimere pensieri e sentimenti, di dare voce alle paure che abbiamo e ai progetti che intendiamo realizzare, di benedire Dio e gli altri. Purtroppo, però, con la lingua possiamo anche alimentare pregiudizi, alzare barriere, aggredire e perfino distruggere; con la lingua possiamo distruggere i fratelli: il pettegolezzo ferisce e la calunnia può essere più tagliente di un coltello!”.

Carissimi, cogliamo questo tempo liturgico come un vero e proprio Kairos, cioè un tempo di grazia da vivere non tanto come “cose da fare” ma come un cuore da cambiare, per riscoprire la forza dell’amore che ci sprona a fare del bene giacché, come amava dire Gandhi: «Sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fin tanto che non vengono trasformati in azioni. Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo».

don Pasquale Zecchini

Caino ha colpito ancora…

Homo homini lupus???

Omelia nella festa di S. Girolamo 30/09/2021

Non si può, carissimi, cantare spensieratamente il Gloria in excelsis Deo · Et in terra pax hominibus bonae voluntatis quando una mano assassina ha infranto il 5° Comandamento ove Dio proibisce ad un essere umano di annientare la vita di un proprio simile, chiunque esso sia e/o qualsiasi cosa abbia fatto!!!

Il mondo, creato dall’Onnipotente Dio, non è una foresta dove l’uomo può andare a caccia della sua preda.

L’egoismo, la sopraffazione dell’altro, è una tentazione sempre in agguato nella mente e nel cuore di ogni uomo, soprattutto quando ci si allontana da Dio e ci si concentra su se stessi sviluppando una sete di dominio sulle cose e sulle persone.

Lontano da Dio, l’uomo sprigiona istinti e desideri di potere e ogni sorta di appagamento di bisogni, talvolta leciti, ma spesso anche illeciti, e addirittura disastrosi!!!

Il concetto dell’homo homini lupus è stato ripreso da diversi filosofi e pensatori: Erasmo da Rotterdam, Francesco Bacone e tanti altri nel corso della storia.

Nel XVII secolo il filosofo britannico Thomas Hobbes lo utilizzò per connotare la natura umana nella sua opera De Cive (Il cittadino). 

Secondo Hobbes, la natura dell’uomo è essenzialmente egoistica e a determinare le azioni umane sono solamente l’istinto di sopravvivenza e quello di sopraffazione; egli ritiene impossibile che l’uomo si senta spinto ad avvicinare un proprio simile in virtù di un amore naturale; i legami di amicizia o di società degli uomini sono dovuti solamente al timore reciproco.

Nello stato di natura, ovvero in quello stato non regolato da alcuna legge, ogni persona, mossa dal suo più recondito istinto, cerca di danneggiare gli altri e di eliminare tutti coloro che rappresentano un ostacolo al raggiungimento dei propri scopi; in altri termini, ogni individuo vede nel proprio prossimo un nemico.

Anche ai tempi di Girolamo l’altruismo, il rispetto e l’amore per l’altro, non erano concetti e fattori acquisiti e vissuti, perfino all’interno della curia romana, che Girolamo aveva frequentato e conosciuto in virtù della collaborazione offerta a Papa Damaso, che lo aveva scelto come proprio segretario e consigliere e, allo stesso tempo lo invita a intraprendere una nuova traduzione in latino dei testi biblici.

Alla morte di Papa Damaso, il suo rigorismo, la sua attenzione alle regole e la sua austerità lo portano a condannare vizi e ipocrisie e, per questo, preferisce abdicare agli ambienti di Santa romana Chiesa e sceglie di ritirarsi a Betlemme, stabilendosi presso la grotta della Natività, e così dedicarsi sempre più intensamente allo studio della Parola di Dio.

Piacere a Dio, e non agli uomini, diventa la meta quotidiana e il “programma di vita” di Girolamo, nello sforzo costante di mettere in pratica gli insegnamenti contenuti nella Sacra Scrittura, la cui lettura, meditazione e traduzione nella Vetus latina, caratterizzava e riempiva gran parte del tempo delle sue giornate. 

Possa il nostro Santo Patrono ispirare anche a noi tali sentimenti e superare uno stile di vita mediocre e spesso caratterizzata da compromessi e opacità diffuse.

don Pasquale