Sessantotto anni di cammino: la storia della nostra San Girolamo

Sessantotto anni fa nasceva ufficialmente la nostra parrocchia e, per capire la strada fatta, dobbiamo tornare a una San Girolamo che oggi facciamo fatica a immaginare.

Prima dei palazzi e del lungomare moderno, questo rione era una distesa di dune e orti, un luogo di villeggiatura silenzioso dove la città finiva e iniziava l’Adriatico. Il battito del quartiere era scandito dal fischio della “Ciclatera”, il trenino a vapore che collegava Bari a Barletta. In quel tempo, l’unico riferimento spirituale era la piccola chiesetta della Madonna del Rosario, costruita nel 1935 per volere dell’allora fondatore della Saicaf. Era una chiesa in simbiosi con il mare e con il lido “Il Trampolino”, dove le famiglie si ritrovavano la domenica mattina prima della passeggiata sulla riva. Il panorama architettonico era allora limitato a pochi insediamenti sparsi: da un lato le ville della borghesia barese, come Villa Rosa, costruite in stile liberty o neogotico con ampi giardini rivolti al mare, e dall’altro le basse abitazioni stagionali dei bagnanti che si alternavano a vecchi casali agricoli. Queste dimore, distanti tra loro e circondate da muretti a secco e terreni coltivati, rappresentavano gli unici avamposti residenziali di una zona ancora priva di grandi complessi condominiali e di una rete stradale definita.

Il secondo dopoguerra rappresentò per Bari un periodo di crescita demografica tumultuosa. La distruzione di parti del centro storico e la necessità di alloggi per le classi meno abbienti portarono alla decisione, alla fine degli anni Cinquanta, di edificare nuovi quartieri periferici. Mentre il rione San Paolo (allora CEP) nasceva da una pianificazione coordinata dall’edilizia popolare per ospitare gli abitanti delle baraccopoli di Torre Tresca, San Girolamo subì uno sviluppo più frammentato, caratterizzato da lottizzazioni private intrecciate a interventi dell’Istituto Autonomo per le Case Popolari.

Questo processo alterò definitivamente l’equilibrio della zona. Le basse palazzine popolari iniziarono a sostituire i giardini delle ville, e la popolazione stabilmente residente aumentò drasticamente, ponendo il problema dell’assistenza spirituale e della fornitura di servizi essenziali che la città non riusciva ancora a garantire. Spesso mancava qualsiasi collegamento alla rete idrica, elettrica, fognaria….

Il 18 gennaio 1958, l’Arcivescovo Enrico Nicodemo istituì ufficialmente la parrocchia, ma fu solo il 30 aprile che decise di aprirla al culto per l’urgenza dell’assistenza spirituale nella zona, di un quartiere che stava vivendo una grande crescita demografica seppur privo di servizi. Il compito venne affidato a un giovane sacerdote barese di 27 anni: Don Vito Nicola Antonio Diana. La sfida era imponente: si partiva da zero, in un contesto segnato da molte difficoltà. Don Vito ricevette l’ordine di trovare un locale in affitto e individuò una villa con garage in via Ritelli 7, di proprietà della signora Maria Ortolani. Il 24 maggio 1958 venne firmato il contratto: 30.000 lire al mese per trasformare il garage in cappella e la villa in canonica.

L’8 giugno 1958, in quel garage umile ma gremito di fedeli, venne celebrata la prima Messa. Don Vito non si fermava mai: con la sua Fiat 500 faceva la spola tra i conventi per recuperare sacerdoti disponibili, portando le Messe domenicali anche a Fesca, nella chiesetta dei Violante, in quella di Sant’Antonio dei Catacchio e alla Madonna della Strada dell’ANAS, che ancora oggi si può vedere imboccando l’uscita Bari Via Napoli della tangenziale in direzione Sud. In totale si celebravano sette messe festive, sforzo reso possibile anche dall’aiuto delle Suore del Preziosissimo Sangue che arrivavano ogni giorno dal rione Picone.

La comunità cresceva e il garage era ormai troppo piccolo. Grazie alla “Legge Romita”, si finanziò il rustico di un complesso parrocchiale. Don Vito stesso firmò cambiali per un milione e mezzo di lire per coprire le spese.

Il 24 luglio 1959, Monsignor Nicodemo inaugurò finalmente il salone-chiesa, ma i lavori erano tutt’altro che finiti. Don Vito si trasferì a vivere in tre stanze della parrocchia ancora prive di porte e serrande per risparmiare sull’affitto, sorvegliato di notte dai turni dei laici dell’Azione Cattolica per evitare furti. In quegli anni, la parrocchia divenne anche scuola: il piano superiore ospitò le aule elementari fino al 1968, permettendo ai bambini di studiare senza dover attraversare la città, non essendoci altre strutture scolastiche nel quartiere.

Già nel 1963 fu benedetta una prima pietra per una grande chiesa progettata dall’architetto Antonietta Navarra, un sogno che però dovette essere interrotto per la mancanza di fondi sufficienti e che portò il Ministero a dirottare i fondi per la costruzione altrove.

Gli anni ’60 e ’70 furono quelli dell’isolamento. San Girolamo era una periferia di fango: le strade non erano asfaltate e mancava l’illuminazione. Molte delle nuove vie erano prive di nome e conosciute semplicemente come traverse, rendendo difficile la loro identificazione. Il parroco di allora scriveva “I rioni di San Girolamo e Fesca, serviti da questa parrocchia, sorgono all’estrema periferia della città di Bari. Adoperare per questi agglomerati urbani la parola quartiere significherebbe troppo. L’organizzazione di questi rioni è scarsissima o inesistente: mancano di edificio scolastico, di posto telefonico pubblico, di ufficio postale, di rapide comunicazioni con il centro cittadino distante circa 6 km; sorgono sul mare per un fronte di oltre 3 km ma sono sprovvisti di qualunque elementare difesa di frangiflutti e lungomare.”

Nel 1967 arrivò Don Nicola Pascazio, che si batté per rimuovere i residui calcarei che ostruivano la vista della chiesa e per far nascere, tra i resti di una cava di tufi, il campo di calcio.

Solo nel 1973 il comune di Bari, in accordo con l’IACP, finanziò i lavori per l’installazione della Rete fognaria a San Girolamo e Fesca, che all’epoca

Nel 1976 circa 400 famiglie furono trasferite d’autorità verso San Paolo e Japigia. Fu un distacco doloroso tra vicini di casa, seguito dall’occupazione abusiva delle palazzine svuotate. La parrocchia visse anni difficili di vandalismo, dove venivano rubati persino i tombini e le cancellate del recinto sacro e anche alcuni locali della parrocchia vennero occupati da nove famiglie abusive, costringendo alla chiusura temporanea del cinema parrocchiale. La zona di Fesca tendeva intanto ad ingrandirsi, vi venne inaugurato infatti un complesso con 80 appartamenti, e la presenza del Sacerdote vi era quanto mai opportuna. I Padri Francescani collaboravano in questa zona solo con la Messa delle 8,30 celebrata nella Cappella di Fesca, ma la loro opera si svolgeva più sul piano sociale che religioso. La Parrocchia di Fesca, infatti, sarebbe stata fondata per distacco da San Girolamo solo nel 2002.

Dalla fine degli anni Settanta, con Don Antonio Bonerba, apparvero la Croce luminosa sul tetto e le campane elettriche. Negli anni Ottanta furono rinnovati i banchi e i locali che erano stati abusivamente occupati, ora liberati, e nel 1987 venne realizzata la grotta dedicata alla Madonna di Lourdes. Viene affrontato dal Parroco anche il problema dell’illuminazione sul piazzale parrocchiale. Infatti le luci mancavano, e perciò era pericoloso venire in Chiesa la sera; il Parroco, con i suoi collaboratori, provvide ad installare delle plafoniere a neon e due riflettori esterni per illuminare, almeno in parte, le vie di accesso agli ambienti parrocchiali. In quegli anni nacque anche la messa delle ore 8, che ancora oggi celebriamo.

Sotto la guida di Don Luigi Spaltro, la comunità affrontò le sfide degli anni Novanta, incluso lo sbarco della Vlora nel 1991, con la solidarietà prestata dagli abitanti, e le pratiche per l’avvio della costruzione della Chiesa Nuova. Nel 2011 arrivò poi don Pasquale.

Oggi guardiamo alla nostra nuova chiesa, costruita con tanta fatica e sacrifici, in primis del nostro Parroco don Pasquale, come al compimento di quel viaggio iniziato nel garage di via Ritelli. La nostra “barca” sul mare Adriatico non dimentica però le sue radici. Siamo una comunità nata dalla polvere e dalla povertà, cresciuta con la forza della solidarietà e della generosità. Che San Girolamo continui a guidare i nostri passi. Buon anniversario a tutti noi!

A cura di Ferdinando Traversa

8 agosto 1991 – 8 agosto 2021: lo sbarco dei ventimila albanesi sulla Vlora 30 anni dopo

Il video dell’inaugurazione del Largo Sono Persone 8.8.1991

Domenica 8 agosto 2021, in occasione dei 30 anni dallo sbarco di 20.000 albanesi dalla nave Vlora, è stata inaugurata una nuova piazzetta su lungomare di San Girolamo intitolata proprio “Sono persone 8.8.1991”, in ricordo della celebre frase pronunciata dall’allora Sindaco Enrico Dalfino «Sono persone, persone disperate. Non possono essere rispedite indietro, noi siamo la loro unica speranza». Sulla stessa piazza svetta un monumento che ripete la stessa frase in codice morse, linguaggio universale.All’evento ha partecipato anche il nostro don Pasquale, così come il Sindaco di Bari Antonio Decaro e i Sindaci di Tirana e Durazzo.

Più tardi nella serata si è tenuto uno spettacolo dal titolo “La nave dolce” che ha ripercorso i concitati momenti di quei giorni dal punto di vista degli albanesi che sono sbarcati e da quello dei baresi presenti.

Don Pasquale con i sindaci di Durazzo e Tirana e l’artista Jasmine Pignatelli, autrice dell’opera Sono persone 8.8.1991

Dalla Testimonianza degli effetti dello sbarco degli Albanesi in Terra di Bari di don Carmine Leuzzi, fratello del nostro diacono Giacomo

Nel 1992, a Tirana, capitale della nazione Albanese, cade il regime dittatoriale e criminale di Enver Hoxhia, in seguito ad una sommossa studentesca organizzata per chiedere libertà e cambiamento verso una nuova politica democratica.

Le motivazioni che hanno spinto la popolazione albanese, in particolare uomini, poche donne, molti giovani, studenti, professionisti, poliziotti e molti che erano detenuti in carcere, (perché in quei giorni, sono state aperte a scopo politico le porte di tutte le carceri), ad imbarcarsi su navi, raggiungendone il massimo della capienza, e partire verso il porto di Brindisi, di Bari e altri porti, sono state, innanzitutto, le gravissime condizioni socio-sanitarie ed umanitarie che lo stesso regime ateo, comunista e materialista, aveva lasciato in eredità ad una popolazione affranta e sfinita dopo cinquanta anni di miseria e povertà.

Erano pieni di speranza, aperti aperti a vivere giorni di risveglio e di ricostruzione umana e politica. Inoltre, prima della caduta del regime comunista, l’Albania era una Nazione chiusa nei propri confini nazionali. Con il cambiamento politico, essa si è aperta ad altre realtà, anche attraverso i canali televisivi nazionali e stranieri. Così, la sua popolazione poté anche vedere quella che era la ricchezza economica italiana.

Vennero quindi in Italia sognando la fortuna, per trovare lavoro, inserirsi nelle università e vivere la libertà che si respirava in Europa, in America ed in tutte le Nazioni sviluppate e progredite. Ma la popolazione, recuperata la libertà politica, non era in grado di affrontare le nuove proposte che venivano dalle nazioni straniere. Per questo, alcuni di loro, arrivati al porto di Bari, e notando di essere stati rinchiusi in uno stadio, con tutti i disagi conseguenti e nonostante gli interventi prodigiosi del sindaco di Bari, Enrico Dalfino, hanno messo in atto atteggiamenti incivili e tumultuosi ed in tanti hanno tentato di fuggire da quel luogo per recarsi in altre città e nazioni europee.

La popolazione della città di Bari ha tuttavia riservato ai cittadini della Nazione albanese un’accoglienza meritoria. Molti si sono veramente prodigati per il bene di queste persone. Sono stati mesi molto impegnativi e duri.

Io, parroco della Chiesa di San Pio X nella periferia di Bari, ho accolto alcuni giovani e attraverso i loro racconti, ho imparato ad conoscere ogni aspetto socio-politico dell’Albania e ad amare quella nazione, perché perseguitata per la fede cristiana cattolica, con molti martiri. Sono arrivato al punto di chiedere all’Arcivescovo, S. E. Mons. Mariano Magrassi, di esservi inviato in missione diocesana, per rievangelizzarli alla fede della Chiesa cattolica in Gesù Cristo, risorto dalla morte di Croce, speranza concreta per quella Nazione, con un’intensa pastorale missionaria.

Benedetto sia il Signore che ha compiute meraviglie in questi anni, con la sua Grazia.
d. Carmine Leuzzi

Giovedì Santo 2021

Anche la messa di Giovedì Santo 2021 è stata limitata dalle disposizioni anti-covid, impedendoci di svolgere il rito seppur facoltativo della lavanda dei piedi. Ha visto però una grandissima e accorata partecipazione di fedeli, sempre nel rispetto delle norme di sicurezza.

PANE DIVISO E CONDIVISO NELL’AGAPE E NELLA DIAKONIA
Ancora oggi si fa riconoscere nello “spezzare il pane”
(klásis tou ártou)

L’ evangelista Giovanni non parla della istituzione dell’Eucaristia, cioè di ciò che Gesù ha fatto col pane e con il vino in quella Sua Ultima Cena terrena.

 Si è dimenticato? Perché non ne parla? Non può essersi dimenticato! 

Niente di tutto ciò! Nell’ottica di Giovanni l’Ultima Cena va guardata più in profondità. 

Egli cioè propone una sorta di “radiografia dell’Ultima Cena”, non si ferma al visibile, ma và più in profondità. Giovanni mostra che Gesù lava i piedi gesto che per lui è quasi “cuore della Cena” che, così, diventa più di un pasto conviviale.

Il più grande si fa più piccolo; per amore, si fa servitore.

Il Figlio di Dio si fa schiavo per noi. Prende il catino e lava i piedi: lascia la tavola, depone le vesti e si cinge un grembiule, prende un asciugatoio per asciugare i piedi dei suoi discepoli.

Solo Giovanni riporta questa scena che, se non ripetiamo in ogni celebrazione, è anche vero che non deve sfuggire dalla nostra memoria.

Infatti, può accadere di vedere la mensa, il pane e il vino, i fiori, ma non il Signore che si abbassa davanti a ciascuno di noi. Che cosa ci scuoterà dal sonno e ci renderà capaci di profondità? Giovanni ci invita a contemplare a lungo questa icona dell’amore, finché questa icona dalla vista giunga fino al cuore. 

Alla mensa siamo attorno a Cristo e Lui viene a lavarci i piedi. Come Pietro, vorremmo dirgli di no, perché comprendiamo che dobbiamo a nostra volta, lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio da ripetere, un esempio da comprendere, un atteggiamento da assumere: essere umili per lasciarci amare. Non si tratta di uno spettacolo o di un teatrino, ma di un appello esigente che ci invia in missione, per fare anche noi lo stesso. Vi ho dato un esempio, perché facciate lo stesso (Gv 13,15). 

È l’impegno del servizio, il dono, la grazia del servizio, per essere trasformati in servitori di Dio, della Chiesa, dell’umanità intera. L’Eucaristia ci svela che bisogna alzarsi da quella tavola, dove si sta bene, a volte circondati dal calore del gruppo e deporre le vesti che significa tirarsi su le maniche, e perdere la vita. Prendere l’asciugatoio e cingerlo. Essere chiesa del grembiule (come diceva il vescovo Tonino Bello), chiesa del servizio

Ecco cosa ha individuato Giovanni nella “radiografia della Cena di Gesù”.

Ma questa è una delle due facce dell’Eucaristiala diakonia!

L’altra la raccontano gli altri evangelisti sinottici (Matteo 26, 20-30; Marco 14, 22-25; Luca 22, 14-39; Giovanni 26;13-17; Paolo 1Cor 11,23-26 Mt. 13, 16-17.

L’Eucaristia ha bisogno del prete e della comunione di amore che è la Chiesa. Ciascuno vi contribuisce per la sua parte. 

Prese il pane, e continua: lo spezzò, ecco un altro dettaglio sottolineato dai tre evangelisti – è sicuramente per mangiarlo: bisogna spezzarlo. In effetti la tradizione cristiana ha colto ben altro, non si tratta solo di un gesto utilitario, non si tratta di un semplice gesto pratico, ma perché è il segno della Passione, Cristo stesso si è lasciato spezzare, rompere dalla sofferenza. 

Il “pane della condivisione” evoca – tra le altre – la valenza etico-sociale dell’eucarestia. 

La Chiesa vede nell’Eucaristia il sacramento che, oltre a costituirla, dà forma alla sua esistenza

Non è forse l’Eucaristia il segno dell’unità e il vincolo della carità che insieme lega il corpo ecclesiale? 

La comunione eucaristica diventa così la forma della comunione ecclesiale. Sottolineare ciò significa richiamare il compito che impegna tutto il popolo di Dio ad essere “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG 1). Impegna i sacerdoti a essere ministri di quella carità pastorale che non solo scaturisce dall’Eucaristia ma trova nella celebrazione di questa la sua più alta realizzazione. Sollecita le persone consacrate a ritrovare nell’Eucaristia la sorgente di sempre rinnovato dono a Dio e alla sua Chiesa. Per tutti fedeli laici impegnati nelle varie attività apostoliche l’Eucaristia è l’alimento che sostenta l’impegno missionario e ne assicura l’efficacia profonda. 

E’ l’Eucaristia che fa la Chiesa e la nutre, come un tempo la manna nutrì il popolo dell’Antica Alleanza e gli permise di sopravvivere durante i quarant’anni di cammino nel deserto. Durante i quarant’anni ma non oltre. Solo l’Eucaristia consente di vincere la morte.

L’Eucarestia spinge ogni credente in Lui a farsi áá pane spezzatoññ  per gli altri, e dunque ad impegnarsi per un mondo più giusto e fraterno. (…) Davvero la vocazione di ciascuno di noi è quella di essere, insieme a Gesù, áápane spezzatoññ   per la vita del mondo”(Benedetto XVI).

Gesù si dona nell’Eucarestia tanto disarmato da farsi “mangiare e bere” tutte le volte che lo desideriamo. Dopo averlo ricevuto nell’Eucarestia, possiamo ancora dubitare di essere amati da Lui? Che altro potrebbe fare per provarci il Suo amore?

E voi, fategli buona compagnia, non perdete una così bella occasione per manifestargli le vostre necessità dopo la Santa Comunione. E se la vita vi chiama ad altre occupazioni cercate di rimanergli uniti con l’anima. Se appena ricevuta la S. Comunione uno non vede l’ora di uscire di chiesa e così si ingolfa nelle occupazioni e negli affari del mondo, come volete che il Signore gli si manifesti?” (S. Teresa d’Avila). 

Il messaggio di PAOLO VI “Omnia Nobis Est Christus” (Cristo è tutto per noi!), scritto per la Quaresima 1955, Sì, Gesù Cristo, Nostro Signore, è a noi necessario. Il tema è sempre nuovo; non lo si dica già conosciuto; esso è inesauribile”. “Cristo è il nostro tutto”. Scrive Papa Paolo VI: “Non sempre nei fedeli è presente l’idea che noi siamo di Cristo. E’ per Lui che noi formiamo una sola famiglia, un sol corpo: la Chiesa.

Preghiamo insieme con le Parole di Paolo VI (26 marzo 1972) 

Siamo qui, Signore, per riconoscere e proclamare che Tu sei il Cristo, il Salvatore, Colui che solo dà senso, valore, speranza, gioia alla vita degli uomini, alla nostra vita. Sei Tu, Gesù, che liberi gli uomini dalle catene del peccato e da quelle altre catene interne ed esterne di ogni schiavitù. Sei Tu, Gesù, che ci dai le ragioni per cui vale la pena di vivere, di amare, di lavorare, di soffrire e di sperare. Sei Tu, Gesù, che ci insegni le supreme verità, che ci obblighi a considerarci fratelli. Sei Tu, Gesù, che ci soffi nei cuori il Tuo Spirito di sapienza, di fortezza, di gioia e di pace. Sei Tu, Gesù, che ci fai Chiesa. Noi abbiamo bisogno di Te. Tu sei la nostra segreta Aspirazione a fare della vita una cosa seria, un momento di pienezza, un’ora di sapienza, un dono d’amore, un inno a Dio. Amen

don Pasquale