La Comunità come Grembo della Fede

Omelia del Giovedì Santo 2026

Con questa liturgia entriamo nella celebrazione della Pasqua.

Non siamo qui per compiere solo dei riti, uno dopo l’altro, ma compiendoli siamo invitati a scrutare la nostra coscienza e a riesaminare il nostro rapporto col Signore e l’intera condotta di vita.

Nella seconda lettura, Paolo ci tramanda la memoria dell’ultima cena di Gesù con i discepoli. Ma dopo aver descritto la tradizione ricevuta, l’Apostolo mette in guardia da un possibile atteggiamento che contraddice quel dono: “Ciascuno esamini sé stesso e poi mangi del pane e beva dal calice, perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1Cor 11,28-29).

L’ultima Cena di Gesù, dunque, oltre ad essere il prototipo delle nostre eucarestie, è anche “memoria impegnativa” che ci indica, cioè, un modus operandis come singole persone e come comunità. A completamento di come il cristiano dovrebbe comportarsi abbiamo il Vangelo dove Gesù traccia la via, per sé e per i suoi: “Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (v. 14). Questa è la via indicata da Gesù… Difficile da accogliere, come mostra la reazione di Pietro, che si rifiuta di acconsentire a un Maestro disarmato e curvo: “Tu non mi laverai i piedi in eterno!” (v. 8).

La sua non è una reazione di rispetto: Pietro è riluttante davanti a quella logica.

In una società, come la nostra, sempre più sbilanciata sulla produttività, si rischia di perdere di vista ciò che più conta che è la relazione con gli altri e l’annientamento dei sentimenti e l’incapacità di metterci al servizio degli altri. La nostra convivenza umana difetta, oggi più di ieri, nella costruzione delle relazioni autentiche.

Di conseguenza cresce sempre più la solitudine.

Tutto ciò ha necessarie ripercussioni anche sul piano della fede.

«La tendenza, oggi diffusa, a relegare la fede nella sfera del privato contraddice la sua stessa natura».

Lo ha detto Papa Benedetto XVI il quale, nella catechesi tenuta durante l’udienza generale del 31.10.2012, ha spiegato anche come la nostra fede è veramente personale solo se comunitaria: «Può essere la mia fede – ha spiegato il Santo Padre Benedetto XVI -, solo se si vive e si muove nel “noi” della Chiesa.

Abbiamo bisogno della Chiesa per avere conferma della nostra fede e per fare esperienza dei doni di Dio: la sua Parola, i sacramenti, il sostegno della grazia e la testimonianza dell’amore».

Insomma, in un mondo in cui l’individualismo sembra regolare i rapporti tra le persone, rendendoli sempre più fragili, per il Papa la fede chiama ad essere Chiesa, portatori dell’amore e della comunione di Dio per tutto il genere umano: «Non posso – ha quindi ammonito il Pontefice – costruire la mia fede in un dialogo privato con Gesù, perché la fede mi viene donata da Dio attraverso una comunità credente che è la Chiesa e mi inserisce nella moltitudine dei credenti in una comunione che non è solo sociologica, ma radicata nell’eterno amore di Dio. La fede, in altre parole, non è il prodotto di un mio pensiero, ma è frutto di una relazione, di un dialogo in cui il comunicare con Gesù mi fa uscire dal mio io racchiuso in sé stesso per aprirmi all’amore del Padre».

La fede nasce nella Chiesa, conduce ad essa e vive in essa.

LA FEDE HA BISOGNO DELLA COMUNITÀ

La fede stessa ha bisogno della dimensione comunitaria.  Non si può vivere autonomamente la vita cristiana. La comunità è allora lo spazio vitale e vivificante, nel quale porta frutto ciò che lo Spirito stesso opera in ciascuno di noi, ma allo stesso tempo è lo spazio vitale da cui attingere tutto ciò che lo Spirito opera negli altri. Non esiste piena identità senza appartenenza a un popolo.

Perciò nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana: Dio ha voluto entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo (Gaudete et exsultate, n. 6).

«La santificazione è un cammino comunitario, da fare a due a due.

Il sacramento del Battesimo permette l’ingresso stesso nella vita cristiana, e segna contemporaneamente anche l’ingresso nella Chiesa, l’Eucaristia, da cui la Chiesa stessa trae il proprio sostentamento, altro non è che ripetere il gesto capace di rendere presente il Risorto, che consiste propriamente nel mangiare insieme lo stesso pane. Il gesto centrale del vivere cristiano è un gesto comunitario.

«La comunità dove i membri si prendono cura gli uni degli altri e costituiscono uno spazio aperto ed evangelizzatore, è luogo della presenza del Risorto che la va santificando secondo il progetto del Padre» (Evangelii gaudium, n. 145). Non è un processo individuale o risolvibile nella sola relazione con Dio, quanto piuttosto un cammino in cui la reciprocità e la condivisione con altri si rivelano come decisive proprio per poter vivere la propria personale relazione con Dio (Cf dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” Matteo 18,20).

𝐕𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐭𝐚’ 𝐩𝐚𝐫𝐫𝐨𝐜𝐜𝐡𝐢𝐚𝐥𝐞

Vivere autenticamente in una comunità parrocchiale non è semplice!

Le fragilità umane, le differenze di vedute, le dinamiche di gruppo spesso celano rischi che possono ferire profondamente il tessuto ecclesiale.

Uno dei pericoli più sottili e insidiosi nella vita di una Parrocchia è il ripiegamento di alcuni gruppi su sé stessi. Nati con l’intento di servire, crescere nella fede o annunciare il Vangelo, alcuni ambiti pastorali, se non continuamente rinnovati nello Spirito, finiscono per trasformarsi in “chiesuole” chiuse, autoreferenziali.

In questi casi, l’identità del gruppo prevale sulla comunione ecclesiale, e si crea un “noi contro gli altri” che avvelena il clima comunitario.

La logica del Vangelo è però ben diversa: la comunità cristiana non è somma di gruppi, ma un unico corpo, dove ogni carisma è al servizio della comunione e della missione.

Nessuna Parrocchia è esente da tensioni. Le incomprensioni, i giudizi affrettati, le rivalità personali o ideologiche possono nascere anche nei contesti più spirituali. Non di rado, piccoli screzi degenerano in vere e proprie inimicizie croniche, non affrontate, non guarite, lasciate sedimentare nel tempo. Il perdono rimane annunciato nelle liturgie, ma raramente praticato nelle relazioni.

Così, il rischio è che la Parrocchia diventi un contenitore di tensioni latenti, dove il silenzio sostituisce il dialogo, la distanza prende il posto dell’incontro, e la comunità smette di essere casa accogliente per tutti.

La comunità parrocchiale autentica è prima di tutto uno spazio di ascolto, di fraternità e di corresponsabilità. Non vive di performance, né di burocrazia, ma di relazioni che riflettono la presenza viva del Signore Risorto. È una comunità in uscita, missionaria, mai chiusa nei propri confini. Non si limita a “gestire l’esistente”, ma cerca di interpretare i bisogni delle persone e dei territori, con creatività e compassione. È una famiglia di famiglie, dove ognuno ha diritto di parola, dove i piccoli vengono ascoltati e i deboli sostenuti. È un “noi ecclesiale” in cui il centro non è l’organizzazione, ma il Vangelo vissuto nel quotidiano, tra le case e le strade.

Una comunità matura accoglie i conflitti come occasione di crescita, non come fallimento. Educa al confronto, alla verità detta con carità, alla riconciliazione. Sa perdonare, senza umiliare; sa correggere, senza giudicare.

Un sacerdote non può permettersi l’arroganza di chi “fa tutto da solo” o l’illusione di sapere sempre “come si fa”. Una Parrocchia sana è quella dove il Parroco si lascia aiutare, si circonda di laici formati, coinvolge le donne e gli uomini nelle scelte, costruisce veri percorsi di corresponsabilità. Non è il culto della delega che serve alla Chiesa, ma la cultura della collaborazione sincera.

Tutto questo richiede una vera pedagogia della comunione. Occorre formare le comunità a vivere l’ascolto reciproco, a non temere il conflitto, a custodire l’unità nella pluralità. La corresponsabilità non si improvvisa: si educa, si coltiva, si incoraggia. Ogni battezzato è chiamato a partecipare attivamente alla vita della Chiesa, non come “volontario”, ma come soggetto pienamente responsabile.

La Parrocchia sarà tale solo se saprà superare l’individualismo, la chiusura e la cultura del protagonismo. Sarà Chiesa in cui nessuno si sente escluso, e in cui ogni ministero, ordinato o laicale, esprime la bellezza di un popolo che cammina insieme.

don Pasquale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *